Cassazione con rinvio: nuovi effetti sulla riscossione e onere di riassunzione

Il D.Lgs n. 156/2015, com’è noto, ha fornito una sorta di restyling al processo tributario; molte sono state le “consacrazioni” in un vero e proprio dettato normativo di alcuni indirizzi giurisprudenziali resi per colmare alcune lacune del D.Lgs n. 546/92.
Tra i problemi risolti, figura quello delle somme da iscrivere a ruolo, da parte dell’Ufficio, in funzione della riassunzione (o meno) del giudizio dopo una sentenza di cassazione con rinvio, cioè di una fattispecie che, in precedenza, non aveva trovato una espressa regolamentazione, tant’è che, in passato, le soluzioni alle scaturenti problematiche, operate dagli uffici e non condivise dal contribuente, venivano puntualmente rimesse alle valutazioni ed al frutto di una elaborazione pretoria.
Infatti, nel testo originario della norma che disciplina la riscossione provvisoria delle somme in pendenza di giudizio, precisamente l’art. 68 del D.Lgs. n. 546/1992, non si faceva espressa menzione ed indicazione intorno alla misura dell’iscrizione a ruolo successiva alla sentenza di cassazione con rinvio; in vero, tale disposizione (vigente dall’1 aprile 1996 e produttiva di effetti fino al 31 dicembre 2015) si limitava a regolamentare il quantum delle iscrizioni di legge, secondo una scansione temporale ben definita, ma nulla disponeva riguardo alla misura dell’iscrizione in caso di cassazione con rinvio.
La lacunosità della norma e l’inevitabile eterogeneità delle soluzioni operative poi rese, ha indotto, sia pur in ritardo e con l’intervento dianzi accennato , il legislatore ad introdurre (al comma 1 del descritto articolo 68) la lettera c-bis e tale disposizione precisa che nei casi in cui è prevista la riscossione frazionata del tributo oggetto di giudizio davanti alle Commissioni, l’imposta, con i relativi interessi, deve essere pagata per l’ammontare dovuto nella pendenza del giudizio di primo grado dopo la sentenza della Corte di Cassazione di annullamento con rinvio, dunque in modo equipollente a quanto previsto dall’art. 15 del D.P.R. n. 602/1973, e per l’intero importo indicato nell’atto in caso di mancata riassunzione.
Ma l’opera del legislatore non si è fermata qui, poiché a corollario dell’integrazione di cui sopra si sono aggiunte altre due disposizioni.
La prima riguarda una modifica, al comma 1 dell’articolo 63 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 , norma che disciplina il giudizio di rinvio nel processo tributario e che ora, grazie alla descritta novella, vede mutato il termine per la riassunzione del giudizio dopo la cassazione con rinvio della sentenza.
Infatti, sempre a far data dall’1 gennaio 2016, tale termine è stato ridotto da un anno a sei mesi e tale riduzione è apparsa opportuna al legislatore che, così facendo, ha operato un avvicinamento delle norme del processo tributario a quelle afferenti le cause civili1, stante la circostanza che su queste agisce la disciplina ex art. 393 c.p.c. che prevede un termine per la riassunzione di soli tre mesi; da notare che nelle “considerazioni generali” redatte dal Consiglio dei Ministri si argomentava espressamente, a tal proposito, che non era intravista come opportuna l’opzione della riduzione del termine de quo a tre mesi, ritenendo tale termine eccessivamente breve, tenuto conto dei notevoli pregiudizi (quale la definitività dell’atto impugnato) che il contribuente può subire per effetto della mancata riassunzione della causa dopo la sentenza di annullamento con rinvio.
La seconda codificazione (utile a coloro che sono destinatari di una decisione della Cassazione con la quale si rinvia al giudice di merito) prende spunto dal costante insegnamento della giurisprudenza, secondo cui in caso di estinzione del giudizio sortita dalla omessa riassunzione dopo il rinvio (ex art. 63, c. 2, del D.Lgs. n. 546/1992), diventa definitivo l’atto originariamente impugnato. L’espressa previsione degli effetti della mancata riassunzione, sempre secondo quanto…

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