Indagini finanziarie, conti cointestati a terzi e quadro RW

giudice2-immagineLa Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9362 del 8 maggio 2015, è tornata ad occuparsi del tema delle indagini finanziarie.
I giudici di legittimità hanno in particolare evidenziato che, in terna di accertamento dell’imposta sui redditi, l’art. 51, c. 2, n., del DPR n.633/1972 non prevede alcuna limitazione all’attività di indagine volta al contrasto dell’evasione fiscale e non circoscrive l’analisi ai soli conti correnti bancari e postali o ai libretti di deposito intestati esclusivamente al soggetto sottoposto a verifica, in quanto l’accesso ai conti intestati formalmente a terzi, le verifiche finalizzate a provare per presunzioni la condotta evasiva e la riferibilità allo stesso soggetto delle somme movimentate sui conti cointestati con il coniuge del contribuente o i suoi familiari, ben possono essere giustificati da alcuni elementi sintomatici, come il rapporto di stretta contiguità familiare, l’ingiustificata capacità reddituale dei prossimi congiunti nel periodo di imposta, l’infedeltà della dichiarazione e l’attività di impresa o professionale compatibile con la produzione di utili, incombendo in ogni caso sul contribuente la prova che le somme rinvenute sui conti cointestati con i suoi familiari siano in tutto o in parte ad essi riferibili (cfr. Cass. n. 26173/2011, n.21420/2012).
Si conferma dunque che i procedimenti di indagine finanziaria si risolvono in una questione di tipo meramente probatorio.
E questo rilevava in particolare sotto un profilo processuale, non potendosi considerare superata la presunzione legale di cui all’art. 32 DpR 600/73, laddove la prova contraria non sia specifica, concreta ed incontestabile.
Le risultanze delle indagini bancarie non costituiscono, infatti, meri indizi, ma, al contrario, danno luogo ad una presunzione legale relativa circa la sussistenza di proventi sottratti a tassazione, che spetta al contribuente ribaltare.
E la prova che il contribuente deve fornire deve essere specifica, con riferimento a ciascuna movimentazione, così come chiarito dal Giudice di legittimità, che, nel confermare la consolidata interpretazione sviluppatasi sull’art. 32, c. 1, n. 2, DpR. 600/73, afferma che “La prova che il contribuente è tenuto a dare della non riferibilità ad operazioni imponibili deve essere specifica e riguardare analiticamente i singoli movimenti bancari, tale cioè da dimostrare che ciascuna delle operazioni effettuate è estranea a fatti imponibili” (cfr. Cass. 19888 del 29 settembre 2011).
Come infatti ancora chiarito dal Giudice di legittimità “La presunzione di cui alla disciplina dell’accertamento relativo alle indagini finanziarie ha un contenuto complesso e può essere vinta dal contribuente che offra la prova liberatoria che dei movimenti egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni, o che questi non si riferiscono ad operazioni imponibili (cfr. C.Cass. 19888 del 29 settembre 2011).
È quindi escluso che la prova contraria possa essere basata su presunzioni semplici (C.Cass. n. 14847/2008), come devono essere quelle meramente argomentative.
E del resto l’art. 32, c. 1, n. 7, del d.P.R. n. 600 del 1973 (per le imposte sui redditi) e l’art. 51, c. 2, n. 7, del d.P.R. n. 633 del 1972 (per l’IVA), consentono di richiedere copia dei conti intrattenuti con il contribuente, potendo l’ufficio tributario procedere anche all’esame dei conti intestati o cointestati a soggetti diversi dal contribuente, purché dimostri il collegamento esistente tra il contribuente e detti soggetti, laddove anzi l’autorizzazione ad estendere le indagini a terzi, non presuppone presunzioni gravi, precise e concordanti circa l’esistenza del collegamento.
La Corte di Cassazione, in merito, precisa poi che l’art. 32, n. 7, del d.P.R. n. 600 del 1973 e l’art. 51 del d.P.R. n. 633 del 1972 autorizzano l’ufficio finanziario a procedere all’accertamento fiscale anche attraverso indagini su conti correnti bancari formalmente intestati a terzi, ma che si ha motivo di ritenere…

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