Il piano di risanamento attestato e la convenzione di moratoria

APPUNTI1) Il piano di risanamento attestato: contenuti ed effetti
I Piani di risanamento attestati sono strumenti meno conosciuti di altri utilizzati nella risoluzione della crisi d’impresa e ciò sia per la essenzialità delle espressioni usate dal legislatore nel prevederli (non parlerei di disciplina), sia per la riservatezza che normalmente copre detti piani, elaborati in seno alle imprese e destinati ad essere noti solo a pochi creditori (di solito enti creditizi).
Del piano attestato il legislatore della riforma fallimentare fa menzione unicamente all’articolo 67 attribuendo agli “atti, pagamenti e garanzie” poste in essere in esecuzione dei piani attestati, il beneficio dell’esenzione dalla revocatoria.
Da ciò si comprende quindi, la finalità del piano attestato: esso, nell’eventualità di un successivo fallimento, assicura stabilità ad atti, pagamenti e garanzie concessi su beni del debitore.

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Questo beneficio, al quale i creditori possono essere interessati, è garantito dal rispetto delle seguenti condizioni:
a) che gli atti, i pagamenti e le garanzie siano compiuti in esecuzione di un piano idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria e che assicuri il riequilibrio della situazione finanziaria dell’imprenditore;
b) che la fattibilità del piano di risanamento sia attestata da un professionista indipendente iscritto nel registro dei revisori contabili.

Il legislatore non dice altro e quindi occorre fare un sforzo di integrazione e di interpretazione.
Facciamo intanto alcune osservazioni sul piano attestato di risanamento cercando di rispondere a qualche semplice quesito.
Il piano è predisposto dall’imprenditore (o dai suoi consulenti) e deliberato dall’organo amministrativo; il legislatore si riferisce ai “piani” già all’articolo 2381 c.c. allorché attribuisce all’organo amministrativo il compito di “esaminare i piani strategici, industriali, finanziari della società”.
Il piano di risanamento presuppone necessariamente l’accordo (o più accordi) almeno con i principali creditori: infatti, quantunque il piano di risanamento non costituisca necessariamente un accordo tra l’imprenditore in difficoltà finanziaria e i creditori, nè presupponga la preventiva accettazione degli stessi, è fuori dubbio che il successo dell’iniziativa sia strettamente collegato all’impegno dei creditori di non iniziare o proseguire azioni esecutive.
Il piano di risanamento sembra essere incompatibile con la liquidazione dell’impresa e può ricevere protezione soltanto se finalizzato alla continuazione dell’attività: l’osservazione è ricavata non solo dalle finalità indicate dal legislatore (risanamento della esposizione debitoria, riequilibrio della situazione finanziaria) ma soprattutto da due considerazioni:
a) la circostanza che l’istituto non incida su quei reati che vengono compiuti ritardando il fallimento, fa ritenere che non possa applicarsi nel caso di insolvenza dell’impresa ma che il suo ambito di applicazione sia circoscritto a situazione di crisi di minore gravità e di natura essenzialmente finanziaria;
b) il fatto che non sia previsto alcun intervento dell’autorità giudiziaria, fa ritenere che il piano di risanamento debba costituire un primo livello di composizione, regolando la crisi transitoria che può essere superata con un programma di ristrutturazione.
Il contenuto può essere il più vario ma certamente finalizzato, come anticipato, alla ripresa dell’attività; sarà prevalentemente destinato ad avere un contenuto ristrutturatorio, teso cioè a rimodulare i tempi di pagamento dei debiti, o (più episodicamente) remissorio; in ogni caso atteso che il legislatore fa riferimento ad “atti, pagamenti, garanzie”, non vi sono limiti al suo contenuto.

La legge ricorda che solo “gli atti posti in esecuzione di un piano” producono l’effetto di stabilità che il creditore offre in contropartita di una ristrutturazione o…

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