La compensazione di crediti oltre il tetto massimo annuale costituisce reato

La Corte di Cassazione (con la sentenza n. 36393 del 9 settembre 2015) si è espressa circa l’illiceità della condotta posta in essere dal contribuente che, in violazione dei limiti previsti dall’art. 34 della Legge n. 388/2000, porta in compensazione, ai sensi dell’art.17 del D.Lgs. n. 241/1997, crediti per somme superiori alla soglia massima.
In particolare, tenuto conto che, come è ben noto, il citato art. 34 (così come da ultimo modificato, a decorrere dall’anno 2014, dal comma 2 dell’articolo 9, D.L. 8 aprile 2013, n. 35) individua in € 700.000, per ciascun anno solare, il limite massimo dei crediti di imposta e dei contributi compensabili ai sensi del menzionato D.Lgs. n. 241/1997, è sorto da tempo (sia in ambito dottrinale che giurisprudenziale) un vivace dibattito in ordine alla configurabilità, in capo al soggetto che porta in compensazione crediti per importi superiori alle soglie annuali, delle fattispecie illecite amministrative (di cui all’art. 13 del D. Lgs. n. 471/1997) ovvero, al superamento dei 50.000 €, della figura criminosa di cui all’art. 10 quater del D.Lgs. n. 74/2000.
 
Al riguardo, occorre evidenziare che sul piano sanzionatorio amministrativo l’Agenzia delle Entrate e del Territorio, con la risoluzione 27 novembre 2008, n. 452/E, rispondendo a un’istanza di interpello presentata da un contribuente che aveva effettuato compensazioni orizzontali del credito Iva annuale (comunque legittimamente spettanti) per un ammontare eccedente quello massimo previsto per anno solare, ha precisato che il comportamento tenuto era da reputarsi sanzionabile, in quanto la condotta in esame è illegittima per il semplice fatto che “il credito d’imposta, sebbene esistente, non può essere utilizzato in compensazione per un importo superiore a 516.456,90 euro (limite poi innalzato dal D.L. n. 35/2013)”, in violazione del combinato disposto dell’art. 17 del D.Lgs. n. 241/1997 e dell’art. 34 della L. n. 388/2000.
 
Sulla medesima linea interpretativa si pongono, altresì, la circolare del medesimo Organo del 13 marzo 2009, n. 8/E, oltre che diverse pronunce di merito, tra le quali si riporta quanto indicato, ad esempio, dalla CTR Puglia, Sez. VI, con la sentenza 21 luglio 2011, n. 75: “dalla non controversa violazione dell’art. 34 della legge n. 388 del 2000 consegue che le compensazioni effettuate ‘contra legem’ non realizzano violazioni di carattere formale, bensì sostanziale per le quali è prevista la specifica sanzione del 30%, ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n. 471/1997”.
In merito, non sono mancate, comunque, posizioni giurisprudenziali di diverso avviso, incentrate in linea di massima sulla non sanzionabilità di una condotta di tal guisa in mancanza di una specifica norma ovvero nell’impossibilità di applicare in via analogica norme sanzionatorie che l’ordinamento prevede per fattispecie diverse (cfr. anche Comm. trib. reg. Bologna, Sez. I, sent. 9 luglio 2012, n. 64). Tra tutte si riporta la sentenza della C.T.P. Milano, Sez. ILIII, 8 febbraio 2011, n. 31, nella quale l’organo giudicante afferma che “la compensazione dei crediti, oggettivamente esistenti, in misura superiore ai limiti previsti dall’articolo 31, 1° comma della legge 388/2000, non è sanzionata da alcuna norma. La giurisprudenza di merito es. sentenza n. 51 del 13/6/2009 emessa dalla Commissione Regionale del Veneto Sezione 3° nonché la sentenza n. 49 del 4/6/2008 emessa dalla Commissione Provinciale di Modena nonché la sentenza n. 33 del 27/4/2003 emessa dalla Commissione Provinciale di Ravenna hanno ritenuto che il cosiddetto splafonamento del credito di imposta, compensabile con Modello F24, non può essere considerato alla stessa stregua dei mancato pagamento del tributo …

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