Non si può modificare in corsa il criterio di ammortamento

La Suprema Corte, con la Sentenza n. 22016 del 17 ottobre 2014, accogliendo il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria, afferma che al contribuente non può essere riconosciuta una piena discrezionalità nel determinare, in sede di dichiarazione, le quote di ammortamento annuo dei beni, variandole di anno in anno. L’ammortamento infatti, sottolineano i giudici di legittimità deve uniformarsi al criterio di sistematicità posto dall’art. 2426 c.c., n. 2) ed ogni variazione dei criteri deve comunque essere motivata da casi eccezionali, da indicare in nota integrativa.

Il fatto
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza della Commissione Tributaria regionale dell’Abruzzo, che, riformando la sentenza di primo grado, aveva annullato l’accertamento con il quale veniva rettificata in aumento, ai fini IRPEG ed IRAP, la base imponibile di una società per l’anno d’imposta 2000.
L’avviso di accertamento era fondato sulla deduzione, ritenuta indebita, di lire 1.231.478.860, a titolo di ammortamento di beni strumentali, in quanto, a partire dal 1 gennaio 1999 la contribuente aveva immotivatamente modificato il piano di ammortamento di detti beni adottato fino al 31.12.1998, elevando i coefficienti di ammortamento previsti dal d.m. 31.12.1987 dalla percentuale del 50% a quella del 100%.
Tale comportamento veniva ritenuto contrario all’obbligo di redigere il bilancio con chiarezza e verità ex art. 2423 c.c. ed al principio stabilito dall’art. 2426 c.c. per cui il costo delle immobilizzazioni dev’essere ammortizzato in modo sistematico e tendenzialmente uniforme, in relazione alla residua possibilità di utilizzazione del bene.
I giudici di secondo grado, accogliendo l’appello della contribuente, affermavano che il comportamento della società, con cui era stata modificata la percentuale di ammortamento dei beni strumentali, dal coefficiente del 50% al 100%, era legittimo e conforme alla normativa vigente, ed in particolare all’art. 2426 c.c., u.c., stante l’insindacabilità delle scelte aziendali di determinazione del risultato del bilancio di esercizio operate nel rispetto di previsioni normative.
L’omessa annotazione della variazione del piano di ammortamento nella nota integrativa, infatti, ad avviso della Commissione di merito, non inficiava la correttezza e validità del bilancio, nè consentiva una ripresa a fini impositivi.

Il decisum della Corte
La Suprema Corte, con la Sentenza n. 22016 del 17 ottobre 2014, accogliendo il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria, afferma che in materia di imposte sui redditi, avuto riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, ed in particolare alla deduzione delle spese di ammortamento, al contribuente non può essere riconosciuta una piena discrezionalità nel determinare, in sede di dichiarazione, le quote di ammortamento annuo dei beni, variandole di anno in anno.
L’ammortamento infatti, sottolineano i giudici di legittimità “non può che uniformarsi al criterio di sistematicità posto dall’art. 2426 c.c., n. 2) sulla base di un piano di ammortamento che indichi il valore da ammortizzare (differenza tra costo dell’immobilizzazione e suo presumibile valore residuo al termine del periodo di vita utile), residua possibilità di utilizzazione e criteri di ripartizione del valore da ammortizzare, tendenzialmente costituiti da quello a quote costanti, che costituisce l’ordinario criterio di imputazione, o a quote decrescenti”.
Ai criteri di valutazione dettati dall’art. 2426 su indicato dev’essere dunque riconosciuto carattere inderogabile, perchè gli stessi garantiscono la funzione, propria del bilancio di trasparenza per assicurarne la leggibilità e la controllabilità da parte dei soci e dei terzi.
In contrario non vale neppure addurre quanto disposto dall’art. 67 (attuale…

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