Le spese di pubblicità del marchio sono deducibili nell’anno in cui sostenute

Impresa: spese di rappresentanza e spese di pubblicità, la Cassazione ribadisce i criteri distintivi.

In una recente pronuncia (ordinanza n. 15193 del 03 luglio 2014), la Corte di Cassazione ha ribadito che mentre costituiscono spese di rappresentanza quelle affrontate per iniziative volte ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa ed a potenziarne le possibilità di sviluppo, vanno invece qualificate come spese pubblicitarie o di propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque dell’attività svolta.

La controversia promossa dal contribuente contro l’Agenzia delle entrate è stata definita con la decisione recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Pescara n. 108/3/2009 che aveva accolto il ricorso avverso il diniego di rimborso iva 8/10205.

Il ricorso proposto si articola in quattro motivi.

Nessuna attività difensiva ha svolto la società. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 4/6/2014 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio.

 

Decisione

Con primo motivo la ricorrente assume la nullità della decisione in quanto priva di motivazione.

La censura è infondata in quanto la motivazione della sentenza rende possibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo.

Con secondo motivo la ricorrente assume la violazione dell’art. 115 e 116 c.p.c. laddove la CTR, fondandosi su una massima di esperienza, ha valorizzato una congettura – la notorietà del marchio non richiederebbe attività finalizzata ad accrescerne il prestigio.

La censura è inammissibile non risultando tale congettura a fondamento della decisione.

Con terzo e quarto motivo la ricorrente assume il vizio di motivazione della decisione laddove ha riconosciuto finalità pubblicitarie alle spese sostenute dalla società, senza adeguata motivazione su quanto dedotto e documentato a riguardo dall’Ufficio.

La censura viene ritenuta fondata. La Corte suprema ha affermato (Sez. 5, Sentenza n. 9567 del 23/04/2007) che il criterio distintivo tra spese di pubblicità o propaganda e spese di rappresentanza, va individuato nella diversità, anche strategica, dei rispettivi obiettivi, svincolati nel secondo caso da una diretta aspettativa di ritorno commerciale, e collegati nel primo ad un incremento più o meno immediato della vendita di quanto realizzato nei vari cicli produttivi ed in determinati contesti, anche temporali; pertanto, fermo restando che entrambe le tipologie di costi debbono trovare giustificazione in iniziative coerenti con gli scopi dell’impresa, e che le une e le altre ne realizzano, in definitiva, gli interessi, costituiscono spese di rappresentanza quelle affrontate per iniziative volte ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa ed a potenziarne le possibilità di sviluppo, mentre vanno qualificate come spese pubblicitarie o di propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque dell’attività svolta, Ciò premesso, il ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, evidenzia un’obiettiva deficienza del criterio logico che ha condotto la CTR alla formazione del proprio convincimento alla luce dei principi sovraenunciati e di quanto dedotto e documentato dall’Ufficio circa la natura delle spese.

Consegue da quanto sopra la cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti ed il rinvio, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR dell’Abruzzo.

 

Deducibilità dei costi di sponsorizzazione

La deduzione del costo della sponsorizzazione non comporta necessariamente un preciso e determinato incremento del reddito bastando un’attività…

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