Ristoranti: attenzione alle materie prime acquistate

di Roberta De Marchi

Pubblicato il 3 maggio 2014

tovagliometro, bottigliometro... sono tante le modalità di accertamento induttivo possibili contro le attività del settore della ristorazione: il Fisco può legittimamente presumere il reddito dai dati delle materie prime acquistate per ricalcolare il numero dei coperti serviti

Con la sentenza n. 6361 del 19 marzo 2014 (ud. 26 giugno 2013) la Corte di Cassazione ha legittimato l’accertamento presuntivo, effettuato nei confronti di un ristorante, partendo dall’acquisto delle materie prime.

Il processo

L'Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Molise che, accogliendo l'appello della società esercente attività di ristorante pizzeria, ha annullato l'avviso di accertamento ai fini dell'IRPES e dell'ILOR per l'anno 1993, col quale con metodo induttivo era stata rettificata la dichiarazione, determinando un maggiore reddito in relazione a ricavi non fatturati e contabilizzati.

Il giudice d'appello rilevava, tra l'altro, "l'assoluta mancanza di qualsiasi presupposto logico e giuridico giustificativo dell'operato dell'ufficio" nell'accertamento induttivo effettuato, basato "esclusivamente su presunzioni che, di fatto, nessun riscontro possono trovare nel caso concreto".

Il maggior reddito era stato infatti accertato, in via solo presuntiva, considerando il numero di somministrazioni di alimenti al pubblico, determinato sulla base del quantitativo di materie prime acquistate per la preparazione dei piatti, senza considerare che le materie alimentari acquistate non possono essere interamente utilizzate, stante la perdita parziale dovuta a calo di peso, sfrido, deterioramento... "Le stesse dichiarazioni fatte dalla contribuente in merito ai quantitativi di merce utilizzata ai fini culinari non assume alcuna valenza e rilevanza probatoria, trattandosi di generi alimentari e dunque, in quanto tali, soggetti a facile ed oggettivo deterioramento. Dunque, mancando nella fattispecie i requisiti della gravità, precisione e concordanza, così come richiesto dalla normativa tributaria vigente, l'accertamento fiscale induttivo posto in essere dall'ufficio, ex D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. c) e d), si appalesa del tutto infondato e illegittimo".

La sentenza

I giudici supremi rilevano che dalla sentenza impugnata risulta che l'ufficio assumeva di aveva effettuato "l'attività di rettifica induttiva sulla scorta delle risultanze emerse durante il controllo delle scritture contabili e documentali della stessa, nonchè sulla scorta delle dichiarazioni rese dalla parte in sede di verifica eseguite dalla Guardia di finanza ed inoltre dalle risposte indicate sul questionario n. 86/97 inviato alla società". L'attività compiuta era legittima, "potendosi desumere la esistenza di ricavi non dichiarati sulla scorta di presunzioni semplici, precise e concordanti, derivanti da dati e notizie individuati dall'ufficio oppure dichiarati dalla parte, idonei alla ricostruzione indiretta di un reddito non espresso ed indicato dalla contribuente".

La Corte, sul punto, richiama un proprio precedente con cui ha chiarito che "mentre in presenza di irregolarità della contabilità meno gravi, contemplate dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, l'amministrazione può procedere a rettific