La notizia di reato extra time stoppa il raddoppio dei termini dell'accertamento

In materia di accertamento un altro tassello si appresta a essere apposto alla controversa vicenda della tempistica del controllo; infatti, la legge n. 23 dell’11 marzo 2014, c.d. delega fiscale, prevede che nell’arco di 12 mesi dalla sua entrata in vigore (27 marzo 2014), il Governo, con un decreto legislativo, dovrà porre fine all’annoso problema del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di reati fiscali cosi come ora disciplinato.
La problematica in parola nasce da quanto previsto dall’art. 43, c. 2-bis, del DPR 600/1973 e 57, c. 2-bis, del DPR 633/1972, in forza dei quali, gli ordinari termini entro cui l’Amministrazione finanziaria può accertare delle violazioni formali e sostanziali ossia, 4 anni dalla presentazione della dichiarazione o 5 nel caso in cui vi sia stata l’omissione di quest’ultima, vengono raddoppiati per la constatata violazione delle disposizioni penal tributarie contenute nel D. Lgs. n. 74 del 2000.
A dire il vero, il cuore della questione attiene non tanto al raddoppio dei termini, ipotesi al quanto condivisibile e spesso necessaria in presenza della complessità delle operazioni che sono il frutto di comportamenti fraudolenti attraverso l’uso di operazioni soggettivamente e/o oggettivamente inesistenti, quanto alla tempistica entro cui constatare un comportamento omissivo o commissivo disciplinato dal D.Lgs. n. 74/2000, tale da far scattare il raddoppio dei termini.
Ciò detto, il raddoppio a 8 o 10 anni entro cui poter contestare le maggiori imposte ovvero contestare elementi negativi e di detrazione, come oggi formulato, sembra che abbia lasciato all’Amministrazione finanziaria ampi margini di “manovra” in termini di accertamento, potendo quest’ultima, di fatto, poter pianificare le attività di accertamento in un tempo maggiore.
Le problematiche in campo sono sostanzialmente due e strettamente legate tra loro; la prima riguarda l’individuazione del momento oltre il quale non sarà possibile, anche in presenza di reati penal tributari, fare delle contestazioni fiscali se scaduti gli ordinati termini dei già citati artt. 43 e 57, su cui interverrà il legislatore, mentre la seconda, è legata ai poteri ispettivi, controllo e di verifica in generale.
Il raddoppio dei termini decadenziali dell’accertamento tribuatario in presenza di reati penal tributari (art. 43 c. 2-bis del DPR 600/1973 e art. 57 c. 2-bis del DPR 633/1972) è stato introdotto ad opera dell’art. 37 c. 6 del D.L. n. 223 del 2006; la disposizione in commento ha anche previsto la sua applicazione a tutte le annualità non ancora scadute al 2006.
Invero, l’aver previsto da parte della norma generatrice un’epoca di applicazione iniziale la stessa tuttavia non ne ha disciplinato nè la possibilità di azioni retroattive nè la sua interazione con altre norme che invece estendono (condoni) o riducono (studi di settore) l’azione accertatrice nè tantomeno la concertazione tra le diverse imposte la cui quantificazione trae origine dalla medesima massa fiscale evasa ma che vengono esclusi dalle vicende penali (IRAP).
Quasi tutte le problematiche sono state affrontate e risolte in senso favorevole al contribunete, per lo più per interventi giurisprudenziali, prevedendosi, in sintesi:

per chi non ha aderito ai condoni del biennio 2002/2003, in attuazione del prolungamento di due anni per l’accertamento come previsto dall’art. 10 della legge 289/2002 e dall’art. 2, co. 44 lett. f) della legge 350/2003, ovvero in ultimo, per l’IVA, dall’art. 2, comma 5ter del DL n. 138/2011 convertito in legge n. 148/20111, la Corte Costituzionale chiudendo la questione, con sentenza n. 247/2011, ha sancito che l’Amministrazione finanziaria non potrà utilizzare il raddoppio dei termini in presenza di disposizioni ad essa favorevoli che già le concedono lo sforamento dei 4 anni;

per gli studi di settore, la previsone della …

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