Delega fiscale: novità in termini di abuso del diritto e sistema punitivo tributario

Il Senato, il 4 febbraio u.s., ha approvato il disegno di legge delega n. 1058, contenente specifiche misure “per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”. Il provvedimento in esame, costituito da 16 articoli, contiene specifici criteri direttivi e procedure di delega relativi:

alla revisione del catasto dei fabbricati;

alle norme in materia di evasione ed erosione fiscale;

alla disciplina dell’abuso del diritto e dell’elusione fiscale;

alle norme in materia di tutoraggio, semplificazione fiscale nonché alla revisione del sistema sanzionatorio;

alla revisione del contenzioso e della riscossione degli enti locali;

alla revisione dell’imposizione sui redditi di impresa e alla previsione di regimi forfetari per i contribuenti di minori dimensioni;

alla razionalizzazione della determinazione del reddito d’impresa e di imposte indirette;

ai giochi pubblici;

all’introduzione di nuove forme di fiscalità ambientale.

In tale contesto, appare di rilevante interesse la disposizione dell’art. 5, concernente l’abuso del diritto e l’elusione fiscale.
Come è ben noto, l’abuso del diritto è un istituto di origine giurisprudenziale ed è generalmente individuato in quelle operazioni prive di spessore economico che il contribuente pone in essere al fine di ottenere – quale scopo principale – risparmi di imposta, altrimenti indebiti, attraverso l’utilizzo distorto di schemi giuridici leciti.
Al riguardo, occorre osservare preliminarmente che:

le Sezioni Unite della Corte di Cassazione – con le sentenze n. 30055, n. 30056 e n. 30057 del 23 dicembre 2008 – hanno chiaramente affermato che:

esiste nell’ordinamento tributario un generale principio antielusivo, la cui fonte va rinvenuta non nella giurisprudenza comunitaria, quanto piuttosto negli stessi principi costituzionali che informano l’ordinamento tributario italiano, segnatamente nell’articolo 53 della Costituzione. Tali principi costituiscono il fondamento sia delle norme impositive in senso stretto, sia di quelle che attribuiscono al contribuente vantaggi o benefici di qualsiasi genere. In virtù di tale principio generale il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall’utilizzo distorto di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale “in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale”;

l’esistenza di questo principio non contrasta né con le successive norme antielusive sopravvenute, che appaiono “mero sintomo” dell’esistenza di una regola generale, né con la riserva di legge di cui all’articolo 23 della Costituzione, in quanto il riconoscimento di un generale divieto di abuso non si traduce nell’imposizione di ulteriori obblighi patrimoniali non derivanti dalla legge, ma solamente nel disconoscimento degli effetti abusivi di negozi posti in essere al solo scopo di eludere l’applicazione delle norme fiscali;

l’inopponibilità del negozio abusivo all’erario è rilevabile d’ufficio, anche in sede di legittimità;

la Corte di Cassazione:

con la sentenza n. 1372 del 21 gennaio 2011, ha chiarito che “l’applicazione del principio deve essere guidata da una particolare cautela, essendo necessario trovare una linea giusta di confine tra pianificazione fiscale eccessivamente aggressiva e la libertà di scelta delle forme giuridiche, soprattutto quando si tratta di attività d’impresa. Tale esigenza è particolarmente sentita nei tempi recenti, nei quali si assiste ad un uso sempre più disinvolto dei cd. tax shelters e quindi ad una ricerca comune a tutte le esperienze giuridiche, …

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