Sentenze "a sorpresa" vietate, senza limiti di tempo, nel processo tributario

analisi del problema delle sentenze tributarie che trattano fatti e questioni rilevati direttamente dai giudici tributari: la Cassazione impone che anche tali fatti e questioni vengano discussi in contraddittorio con le parti

L’ordinanza n. 19805 del 13 novembre 2012, emessa dalla Corte di Cassazione, sembra aver definitivamente sancito l’obbligo di rimettere, prima della decisione, la questione, rilevata dal giudice ex officio, al contraddittorio delle parti.

L’aspetto più rilevante, espresso in tale arresto, riguarda il fatto che tale contraddittorio si rende necessario per ogni tipo di controversia e, pertanto, anche per quelle originate prima del 4 luglio 2009, cioè del momento di entrata in vigore (grazie alla L. n. 69/2009) del nuovo art. 101 c.p.c., norma che sostanzialmente ha sgombrato il campo dai dubbi sorti in giurisprudenza ed ha “archiviato” quelle sentenze, definite dalla dottrina “a sorpresa” o “della terza via”, imperniate su una motivazione esulante dai motivi addotti da una o da tutte le parti del processo.

 

Il caso

Con il citato provvedimento la Suprema Corte ha cassato la decisione di una Commissione regionale che, in difetto di argomentazioni ed eccezioni delle parti, era intervenuta sulla natura di una erogazione per indennità di fine rapporto qualificando quest’ultima in maniera assolutamente autonoma rispetto ai rilievi posti dalle parti.

La sentenza cassata era stata emessa dalla CTR Puglia nel dicembre 2009. Qui l’aspetto peculiare della vicenda: infatti la collocazione temporale ed il grado di giudizio di riferimento sottintendevano chiaramente alla estraneità della lite de qua a quel rito del processo tributario oggi vigente grazie alla c.d. mini-riforma del codice di procedura civile e rigidamente ancorato al principio generale del contraddittorio di cui al nuovo art. 101 del codice di procedura civile (art. 101 c. 2 c.p.c. “Se ritiene di porre a fondamento della decisione una questione rilevata d’ufficio, il giudice riserva la decisione, assegnando alle parti, a pena di nullità, un termine non inferiore a venti e non superiore a quaranta giorni dalla comunicazione, per il deposito in cancelleria di memorie contenenti osservazioni sulla medesima questione”).

Altra importante argomentazione svolta dalla Corte è quella relativa alla impugnazione della sentenza eventualmente emessa in dispregio di rimessione al contraddittorio. Infatti, come si è rammentato nel testo dell’ordinanza, qualora la violazione de qua si sia verificata nel giudizio di primo grado, la sua denuncia in appello, accompagnata dall’indicazione delle attività processuali che la parte avrebbe potuto porre in essere, cagiona, se fondata, non già la regressione al primo giudice, ma, in forza del disposto dell’art. 354 c.p.c., c. 4, la rimessione in termini per lo svolgimento nel processo d’appello delle attività il cui esercizio non è stato possibile. Ove invece la violazione sia avvenuta nel giudizio di appello, la sua deduzione in cassazione determina, se fondata, la cassazione della sentenza con rinvio, affinchè in tale sede, in applicazione dell’art. 394 c.p.c., c. 3, sia dato spazio alle attività processuali omesse.

 

Il quadro pregresso

Va ricordato che, per le liti ante-riforma, sussisteva il dubbio interpretativo, ora evidentemente superato, sintetizzabile nella contrapposizione del potere del giudice di decidere del processo attraverso un motivo rilevabile di ufficio (quindi “inaudita altera parte”) contro il diritto della parti a controdedurre sul medesimo motivo rispettandosi così una onnipresente sussistenza del contraddittorio.

In breve, il dubbio assorbiva la sussistenza (o meno) di un obbligo in capo al giudice di rimettere la questione rilevata d’ufficio alla discussione delle parti; naturalmente l’adozione di una delle due soluzioni rendeva più o meno invalicabile, a seconda dei punti di vista, anche il principio dispositivo che reggeva (rectius: che regge) l’intero giudizio.

La conclusione affermativa ha trovato radice, oltre che nell’ art. 24 della Costituzione, nel novellato art. 111 della Costituzione e veniva riassunta nell’arresto della Cassazione Civile n. 15194 del 9 giugno 2008: “Il giudice non può decidere la…

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