Le vendite a stock possono essere considerate antieconomiche e metodo per mascherare ricavi in nero

la prassi di vendere la merce invenduta a stock può essere considerata antieconomica dal Fisco e, pertanto, elusiva di ricavi non dichiarati

Con la sentenza n. 7693 del 27 marzo 2013 (ud. 27 novembre 2012) la Corte di Cassazione ha affermato che le vendite a stock antieconomiche devono essere validamente giustificate dalla parte. Diversamente costituiscono indizi di ricavi evasi.

 

Il caso

Nella fattispecie posta all’attenzione dei massimi giudici, la controversia trae origine da degli avvisi di rettifica emessi nei confronti di un commerciante al dettaglio di abbigliamento femminile, coi quali venivano recuperati a tassazione ricavi ritenuti non contabilizzati ammontanti a L. 132.161.000 per l’anno d’imposta 1995 e a L. 113.804.000 per l’anno d’imposta 1996 in relazione a due fatture per operazioni di vendita a stock in apparenza contrarie a “ogni principio di gestione commerciale“.

Presunzione che, secondo l’Ufficio, era da ritenersi fondata su fatti gravi, precisi e concordanti, consistenti non solo nel non aver la contribuente venduto la merce mediante più remunerati “saldi” di fine stagione ma nell’aver, invece, venduto a stock merce acquistata appena poco tempo prima a prezzi notevolmente superiori e contro ogni ragionevole regola commerciale.

Ricavi non contabilizzati da ritenersi ulteriormente avvalorati dalla circostanza che le vendite in contestazione vedevano come acquirenti la contribuente stessa, in quanto proprietaria di altro negozio, oltrechè un altro commerciante che esercitava identico commercio negli stessi indirizzi della ridetta contribuente.

Per cui l’Amministrazione aveva presunto ricavi non dichiarati sulla scorta del valore della merce, maggiorato del ricarico medio.

 

LA DECISIONE

La Corte premette che il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, c. 2, consente all’Ufficio l’accertamento di maggiori ricavi a mezzo di presunzioni semplici fondate su fatti gravi precisi e concordati. Dopodichè, sarà il contribuente a esser onerato della contraria prova (Cass. n. 9108 del 2012; Cass. n. 9784 del 2010).

La CTR, quindi, non poteva rifiutare la prova presuntiva offerta dall’Amministrazione. Prova dotata di precisione, gravità e oncordanza in ragione dei già evidenziati numerosi univoci fatti rappresentati dalla mancanza dei ‘saldi’ di fine stagione ed a favore di antieconomiche vendite a stock per prezzi notevolmente inferiori ed a guadagno della stessa contribuente e di altra persona svolgente attività presso identici indirizzi commerciali. E con palese formazione dei ricavi non contabilizzati, recuperati a tassazione”.

 

Brevi note

Con sentenza n. 26167 del 6 dicembre 2011 (ud. 6 luglio 2011) la Corte di Cassazione aveva già affermato che la giurisprudenza è da tempo orientata a sostegno dell’affermazione che, a fronte di condotte aziendali che risultano in netto contrasto con le leggi del mercato, compete all’imprenditore dimostrare, in modo specifico, che la differenza negativa tra costi di acquisto e prezzi di rivendita, emersa dalle scritture contabili, non è dovuta all’occultamento di corrispettivi, ma trova valide ragioni economiche che la giustificano (ex pluribus, Cass. n. 8068/2010; n. 11242/2011). La circostanza, invero, che una impresa commerciale dichiari, ai fini dell’imposta sul reddito, per più anni di seguito rilevanti perdite, nonché una ampia divaricazione tra costi e ricavi, costituisce una condotta commerciale anomala, di per sè sufficiente a giustificare da parte dell’erario una rettifica della dichiarazione, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, cui corrisponde, in materia di Iva, il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, a meno che il contribuente non dimostri concretamente la effettiva sussistenza delle perdite dichiarate (v. Cass. n. 21536/2007, nonchè, da ultimo, quanto all’omologa affermazione di presunta esistenza di proventi non dichiarati, correttamente desunta dall’anomalia contabile costituita dal disavanzo di cassa, Cass. n. 11987/2011; n. 24509/2009; n. 27585/2008)”.

La presenza di scritture contabili formalmente regolari non preclude all’amministrazione finanziaria di procedere, legittimamente,…

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