Processo penale: inapplicabilità automatica delle presunzioni tributarie bancarie

 

In tema di reati tributari non può farsi ricorso alla presunzione tributaria secondo cui tutti gli accrediti registrati sul conto corrente si considerano ricavi dell’azienda. Con sentenza n. 7078 del 13.02.2013, la III Sezione penale della Corte di Cassazione attribuisce al Giudice la competenza in materia di determinazione dell’imposta evasa procedendo d’ufficio ai necessari accertamenti ed eventualmente mediante il ricorso a presunzioni di fatto. Trattasi di un orientamento oramai consolidato già espresso, fra le altre, nella sentenza n. 37071 del 28.06.2012 depositata il 26.09.2012.

 

Indagini finanziarie

Ai sensi dell’art. 32, c. 1, nn. 2, 5, 7, D.P.R. 29.09.1973, n. 600 (ovvero, ai fini Iva, art. 51, c. 1, n. 2, 5, 7, D.P.R. 26.10.1972, n. 633), i dati emersi da una serie di operazioni tra cui quelle intrattenute con istituti di credito, possono essere utilizzati a base delle rettifiche e degli accertamenti, se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta ovvero che non hanno rilevanza allo stesso fine.

Alle medesime condizioni le medesime operazioni sono poste come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti:

  • se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e

  • sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni.

Come puntualizzato dalla circ. dell’Agenzia delle entrate 19.10.2006, n. 32/E, “… lo scopo della peculiare tipologia di indagine consiste, in pratica, nell’acquisizione della copia dei ‘conti’ relativi ai singoli rapporti od operazioni di natura finanziaria, compresi gli eventuali servizi e garanzie – con allegata la documentazione sottostante -, intrattenuti dal contribuente con ‘banche, società, Poste italiane spa, intermediari finanziari, imprese di investimento, organismi di investimento collettivo del risparmio e società fiduciarie’ per ricostruire l’effettiva disponibilità reddituale ovvero il volume delle operazioni imponibili e degli acquisti effettuati dal contribuente stesso al fine di rettificarne le relative dichiarazioni. Gli uffici valutano se le movimentazioni – attive (accreditamenti) e passive (prelevamenti) – evidenziate siano o meno coerenti con la contabilità del soggetto sottoposto a controllo, ovvero non siano imponibili o non rilevino per la determinazione del reddito e/o della base imponibile IVA, come anche, con riguardo alle persone fisiche, non risultino compatibili con la loro complessiva capacità contributiva…”.

 

Superamento delle soglie e consumazione di reato penal/tributario

Capita di sovente che, a seguito di indagini bancarie eseguite ai sensi degli artt. 32, c. 2, D.P.R. n. 600/73 e 51, c. 2, D.P.R. n. 633/72, vengano notificati processi verbali di constatazione, o avvisi di accertamento da cui scaturisce un ammontare di imposta evasa (ovvero elementi attivi sottratti ad imposizione) eccedente le soglie di rilevanza penale di cui agli artt. 4, ovvero 5, del D.lgs. 10.03.2000, n. 741. Trattasi delle ipotesi di dichiarazione infedele ed omessa dichiarazione.

Secondo quanto previsto dall’art. 4, D.lgs. n. 74, (dichiarazione infedele) al di fuori dei casi previsti dagli articoli 2 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 3, (dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici), è punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi, quando, congiuntamente:

a) l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 50.000 euro;

b) l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al dieci per…

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