Abuso del diritto: il caso della riqualificazione dei contratti

Con la sentenza n. 4535 del 22 febbraio 2013 (ud 9 gennaio 2013) la Corte di Cassazione torna sull’abuso del diritto.

 

FATTO

La CTP di Imperia accoglieva il ricorso della società A avverso l’avviso di accertamento che aveva rettificato la dichiarazione presentata dalla società sul presupposto della non congruità del contratto stipulato tra la stessa, titolare di un supermercato e la ditta B, operante nel settore della compravendita di carni, ritenendo congrua la percentuale del 9% a favore della A e, quindi, l’utile lordo conseguito.

La CTR della Liguria accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate determinando l’utile netto derivante dalla vendita delle carni da parte della A nella percentuale del 13% del prezzo di vendita, rispetto alla percentuale del 20% stabilita dall’Amministrazione.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

La Corte, innanzitutto, rileva (in relazione ai motivi che deducono l’inesistenza, all’epoca, di una clausola antielusiva) che deve ritenersi sussistente nel nostro ordinamento giuridico la sussistenza di una clausola generale antielusiva, che trova fondamento nell’art.37-bis del D.P.R. n. 600/73.

L’ordinamento tributario è ispirato all’esigenza di contrastare il c.d. abuso del diritto, individuato dalla giurisprudenza comunitaria come lo strumento essenziale, finalizzato a garantire la piena applicazione del sistema comunitario di imposta. In materia tributaria, invero, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, sebbene non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio di imposta, in assenza di ragioni economiche apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici (cfr., ex plurimis, Cass. 6800/09, 4737/10, 20029/10 1372/11)”.

Rientrano nell’abuso del diritto, “quelle pratiche che, pur formalmente rispettose del diritto interno o comunitario, siano mirate principalmente ad ottenere benefici fiscali contrastanti con la ‘ratio’ delle norme che introducono il tributo. L’Amministrazione finanziaria può, inoltre, disconoscere e dichiarare non opponibili le operazioni e gli atti, privi di valide ragioni economiche, diretti solo a conseguire vantaggi fiscali mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta (cfr ex plurimis Cass. Sez. 5, Sentenza n. 25537 del 30/11/2011; Cass. Sez. 5, Sentenza n. 21782 del 20/10/2011)”.

Inoltre, “sia l’Ufficio che il giudice tributario hanno il potere di riqualificare i negozi giuridici a fini fiscali, interpretando e qualificando, anche diversamente dalle parti, la natura e gli effetti giuridici dei vari contratti, quali si possono desumere dalla oggettività del loro contenuto e dalla ricognizione positiva del loro significato, e quindi accertare, come nel caso di specie, la simulazione che pregiudichi il diritto dell’Amministrazione alla percezione dell’esatto tributo”.

Una siffatta indagine, implicando un’attività interpretativa di un negozio giuridico può e deve essere compiuta anche dalla Commissione tributaria.

Quindi la qualificazione conferita agli atti dalle parti o dal giudice civile non è intangibile nè da parte del giudice tributario, il quale ha il potere di valutare incidentalmente tutte le questioni che connaturalmente estranee alla sua giurisdizione, sono decisive ai fini della soluzione della controversia devolutagli, nè da parte dell’Amministrazione finanziaria, la quale, facendosi carico del relativo onere probatorio, ha i potere di riqualificare (prima in sede di accertamento fiscale e poi in sede contenziosa) i contratti sottoscritti dal contribuente, per farne valere la simulazione, e comunque per assoggettarli ad un trattamento fiscale meno favorevole di quello…

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