Abuso del diritto: il caso della riqualificazione dei contratti

di Roberta De Marchi

Pubblicato il 11 aprile 2013

in caso di operazioni infragruppo che sembrano avere come unico scopo quello di ridurre il carico tributario, il Fisco può riqualificare i contratti palesemente abusivi

Con la sentenza n. 4535 del 22 febbraio 2013 (ud 9 gennaio 2013) la Corte di Cassazione torna sull’abuso del diritto.

 

FATTO

La CTP di Imperia accoglieva il ricorso della società A avverso l'avviso di accertamento che aveva rettificato la dichiarazione presentata dalla società sul presupposto della non congruità del contratto stipulato tra la stessa, titolare di un supermercato e la ditta B, operante nel settore della compravendita di carni, ritenendo congrua la percentuale del 9% a favore della A e, quindi, l'utile lordo conseguito.

La CTR della Liguria accoglieva parzialmente l'appello proposto dall'Agenzia delle Entrate determinando l'utile netto derivante dalla vendita delle carni da parte della A nella percentuale del 13% del prezzo di vendita, rispetto alla percentuale del 20% stabilita dall'Amministrazione.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

La Corte, innanzitutto, rileva (in relazione ai motivi che deducono l’inesistenza, all'epoca, di una clausola antielusiva) che deve ritenersi sussistente nel nostro ordinamento giuridico la sussistenza di una clausola generale antielusiva, che trova fondamento nell’art.37-bis del D.P.R. n. 600/73.

L'ordinamento tributario è ispirato all'esigenza di contrastare il c.d. abuso del diritto, individuato dalla giurisprudenza comunitaria come lo strumento essenziale, finalizzato a garantire la piena applicazione del sistema comunitario di imposta. In materia tributaria, invero, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l'uso distorto, sebbene non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un'agevolazione