Il nuovo redditometro come strutturato dal decreto ministeriale è legittimo?

Come evidenziato da illustre dottrina (Avvocato Maurizio Villani) nel corso dell’evento formativo organizzato da “Il Commercialista Telematico”, “Redditometro come difendersi” (evento formativo del quale è possibile acquistare la registrazione), l’attuale impianto normativo che disciplina l’accertamento sintetico e redditometrico appare illegittimo se non incostituzionale. E’ l’art 23 della costituzione che stabilisce che a nessun individuo può essere richiesta una prestazione personale o patrimoniale se non prevista dalla Legge. Da qui si osserva che, il rinvio ad un decreto ministeriale per la determinazione del reddito effettivo del contribuente e di conseguenza per la determinazione delle imposte dovute, appare in contrasto con tale principio costituzionale. E’ la legge che può determinare i criteri per la determinazione della “richiesta” patrimoniale legittima e non un decreto ministeriale1.
Oltre a tale aspetto, che la giurisprudenza dovrà valutare, nella lettura del stesso decreto si rilevano almeno altre due importanti anomalie. La prima riguarda il criterio di determinazione della “quota parte” delle Spese Medie rilevate dall’Istat con riferimento alle tipologie di consumi indicate nella famosa tabella A dello stesso decreto. Il criterio (quanto meno il primo criterio) proposto ed indicato nell’articolo tre del decreto è il seguente: poiché le spese medie rilevate dall’Istat sono riferite al nucleo familiare, la quota parte di tali spese attribuibile al singolo contribuente, che appartiene al nucleo familiare contemplato dall’indagine statistica, è pari all’importo della stessa spesa rilevata dall’Istat moltiplicato per la percentuale pari al rapporto tra il reddito “attribuibile” al contribuente e il reddito “attribuibile” all’intero nucleo familiare.
Appare quindi che il decreto proponga di fatto un’equazione impossibile: non vi è dubbio infatti che per determinare il reddito attribuibile al contribuente prima occorra determinare la quota parte delle spese medie Istat che, come sopra esposto ed indicato nella norma, a sua volta, per essere determinata, necessita del dato “reddito attribuibile” non solo al contribuente ma a tutto il nucleo familiare.
La seconda anomalia è l’apparente sussistenza di una doppia presunzione.
L’accertamento redditometrico, quello fondato sulla relazione induttiva di elementi indicativi di capacità contributiva, così come proposto dal decreto MEF, appare illegittimo e contrario alle norme del nostro ordinamento che disciplinano il regime probatorio da presunzioni.
Non vi è dubbio che la presunzione può costituire una valida prova in giudizio quando grave, precisa e concordante; quello che appare, leggendo i primi commenti sui contenuti del decreto MEF applicativo dell’accertamento sintetico, è che sia sfuggito il più degli elementari fondamenti di applicabilità della presunzione. La presunzione è la conseguenza che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto noto. Ingrediente indispensabile per la ricetta della presunzione è il fatto noto in assoluto, quello che in altri termini si suole definire come “elemento e circostanza di fatto certi”.
Ne deriva che, in assenza di questo ingrediente la presunzione non opera, e la stessa è illegittima quando innescata sul risultato di un’altra presunzione. La norma infatti, come osservato dalla consolidata giurisprudenza, non ammette le cosiddette presunzioni di secondo grado, quelle cioè che sono radicate e fondate sul risultato di altre presunzioni.
In altre parole e in premessa: non costituisce mai prova valida, perché contraria alla norma che disciplina la prova …

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