Alcuni casi di errato ravvedimento operoso

Con ordinanza n. 3158 del 29 febbraio 2012 (ud. 7 dicembre 2011) la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi di ravvedimento operoso.

 

L’ordinanza

L’ordinanza pubblicata deriva dal ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, avverso la sentenza n.159 della CTR di Palermo – Sez. dist. di Siracusa n. 16, in data 19/09/2007, e depositata il 12 novembre 2007.

Con tale decisione, la C.T.R. ha respinto l’appello proposto dall’Agenzia Entrate e confermato la decisione di primo grado, che aveva accolto l’originario ricorso della contribuente.

Il ricorso di cui trattasi, che riguarda impugnazione del silenzio rifiuto sulla istanza di rimborso dell’IRPEF e dell’IRAP dell’anno 1998, censura l’impugnata decisione per violazione e falsa applicazione dell’art. 13, c. 1, del D.Lgs. n. 472 del 1997, nonchè per difetto di motivazione su fatto decisivo della controversia.

 

La decisione

Per la Suprema Corte, ”le espressioni utilizzate in sentenza, sembrano inidonee, sotto il profilo logico – formale, a giustificare il decisum, stante, per un verso, il disposto del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, ed altresì, la mancata indicazione dei concreti elementi e l’assenza di collegamento fra quelli ritenuti rilevanti ed utilizzati nell’iter decisionale. Ciò stante, si ritiene che le doglianze prospettate dalla ricorrente Agenzia appaiono fondate, posto che giusto il disposto del comma 1 del citato art. 13, il ravvedimento, nel caso, era precluso dalla verifica della violazione nonchè dal fatto che, comunque, la relativa istanza era stata presentata a distanza di circa quattro anni dalla omessa dichiarazione (1998), in violazione del comma 4 del medesimo articolo, che prevede la regolarizzazione avvenga entro tre mesi dalla omissione della dichiarazione, e considerato che non risulta assolto l’obbligo motivazionale, essendo principio consolidato sia quello secondo cui “la motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza, è legittima quando il giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione (Cass. n. 12354/2005, n. 1539/2003, n. 6233/2003, n. 2196/2003, n. 11677/2002), sia pure l’altro, per il quale, è configurabile l’omessa motivazione “quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento (Cass. n. 890/2006, n. 1756/2006), n. 2067/1998)”.

Nel caso in questione, invece, la sentenza fa malgoverno di tali consolidati e condivisi principi, in quanto ha riconosciuto esistente l’obbligo del rimborso, “anche in presenza di mancata presentazione della dichiarazione e di tardività del ravvedimento operoso”.

 

Brevi considerazioni

La Corte di Cassazione accoglie la tesi dell’Amministrazione finanziaria, fissando, ancora una volta, paletti ben precisi al ravvedimento di cui all’art. 13 del Dlgs 472/1997; paletti peraltro regolati dal legislatore e non dall’interprete.

Innanzitutto, il ravvedimento operoso è effettuabile solo se non sono iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento (nel caso di specie si era addirittura nella fase riscossiva).

Inoltre, in presenza di mancata presentazione della dichiarazione il ravvedimento è effettuabile entro termini ben precisi dall’evento e nel caso di specie il ravvedimento è stato effettuato ben 4 anni dopo l’omessa presentazione della dichiarazione, e comunque a violazione già constatata.

Ricordiamo che per effetto di quanto disposto adesso dall’art. 13, del D.Lgs. n .472/1997, la sanzione è ridotta, sempreché la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche od altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore od i soggetti solidalmente…

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