Il reato di bancarotta

 



  1. Corte di Cassazione, sentenza n. 8829/2010


La Suprema corte assume un comportamento preciso contro la bancarotta, cd impropria, compiuta da amministratori o sindaci della società fallita e non direttamente dall’imprenditore.


In questi casi sarà applicabile l’aggravante speciale della pluralità di episodi illeciti commessi dai manager.


La Corte di Cassazione definisce che “in materia di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario, di cui al comma secondo dell’art. 223 1.f., la previsione dell’applicabilità della pena prevista dal primo comma dell’art. 216 l.f., deve intendersi, per genericità di formulazione, comprensiva dell’intero trattamento sanzionatorio previsto per la bancarotta propria, e dunque anche del regime dell’aggravante relativa al danno di rilevante gravità (stante il parallelismo tra i reati commessi da persone diverse dal fallito e quelli imputabili allo stesso imprenditore fallito)”.


La vicenda trae origine dal ricorso proposto dalla Procura di Roma, la quale si opponeva alla prescrizione del reato di bancarotta impropria pronunciata dalla Corte d’appello di Roma in favore dei vertici di un consorzio agrario.


Per l’accusa:




  • i reati non sarebbero prescritti in quanto ci sarebbe l’applicazione, anche nel caso di bancarotta impropria, delle aggravanti speciali previste dalla legge fallimentare, come




  • l’aggravante del cospicuo danno patrimoniale determinato dalla bancarotta;



  • l’aggravante della pluralità di fatti.


La tesi dell’accusa è stata accolta solo sulla seconda aggravante: “nel caso in cui i fatti previsti dagli art. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino alla metà». Insomma, «le pene sono aumentate se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli indicati. Duplice, quindi, è la fattispecie di riferimento, che sostanzia l’aggravante in questione: il danno patrimoniale di rilevante gravità e la pluralità dei fatti previsti dalle menzionate norme sostanziali”.


In conclusione, nel caso di bancarotta impropria, i giudici ribadiscono che si applica solo l’aggravante del cospicuo danno patrimoniale determinato dalla bancarotta stessa.







  1. Corte di Cassazione, sentenza n. 43036/2009


“È possibile configurare in astratto la responsabilità penale per bancarotta anche a carico dell’amministratore di fatto di una società di persone, ossia del soggetto che, non necessariamente è coincidente con la figura del socio illimitatamente responsabile e quindi non necessariamente dichiarato fallito in proprio, abbia svolto in concreto poteri di amministrazione in riferimento a una società in nome collettivo o in accomandita semplice.


E ciò in quanto si ritiene che l’amministratore di fatto di una società in nome collettivo possa essere chiamato a rispondere del reato di bancarotta fraudolenta quale destinatario dell’art. 223 l.f. che riguarda tutte le società dichiarate fallite, comprese quelle personali, indipendentemente dalla personale dichiarazione di fallimento”.


Questo è quanto ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 43036/2009.


La Corte ricorda che secondo la sua giurisprudenza era stato affermato il principio secondo il quale “qualsiasi soggetto che di fatto si sia inserito nell’attività amministrativa di una società, poi dichiarata fallita, risponde del reato di bancarotta come diretto destinatario delle disposizioni di legge, le quali indicano, tra gli altri, gli amministratori, con riferimento non ad una formale attribuzione di qualifiche, ma all’esercizio concreto delle funzioni che la sostanziano. Se ne è fatto derivare poi il corollario secondo cui l’amministratore di fatto di una società può rispondere del reato fallimentare quand’anche l’amministratore legale della stessa non sia ritenuto colpevole sul punto, dovendosi aver riguardo all’effettivo potere di gestione svolto nella attività sociale”.




Quindi, l’amministratore di fatto di una società risponde dei reati fallimentari come diretto destinatario della norma.


In particolare la sentenza trae spunto dal ricorso per cassazione proposto dal soggetto. avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna con la quale si confermava quella di primo grado, di condanna in ordine alla imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale.








Il soggetto deduce:




  • la erronea applicazione degli artt. 147, 216 e 222, 233 l. fall. 2313, 2318, 2320 cc. I giudici dell’appello affermano la responsabilità dell’imputato per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quale amministratore di fatto della s.a.s. interessata, sul presupposto che le disposizioni dell’art. 216 l. fall. trovano applicazione nei confronti dell’amministratore di fatto di società in nome collettivo o in accomandita semplice, in forza dell’art. 223 l. fall., norma che si riferirebbe all’amministratore di qualsiasi società fallita, compresa quella personale ed indipendentemente dunque dalla dichiarazione personale di fallimento.



  • il vizio di motivazione in relazione alla qualità di amministratore di fatto attribuita al ricorrente, secondo prove testimoniali e documentali che egli sostiene essere state erroneamente valutate;



  • Il vizio di motivazione sulla concretezza della distrazione, contestata con riferimento all’uso di una tessera bancomat in relazione ad un importo complessivo incompatibile con il tetto fissato mensilmente per i prelievi con tale tessera: circostanza che ha fatto ritenere al giudice l’inaffidabilità delle appostazioni in bilancio;



  • il vizio di motivazione sul diniego delle attenuanti generiche.


La Corte considera:




  • il primo motivo di ricorso infondato perché la giurisprudenza della Corte ha posto in evidenza che possono configurarsi due tipi di responsabilità:





    • quella dovuta al titolo di socio divenuto illimitatamente responsabile, per essersi indebitamente ingerito nell’amministrazione della società, attraverso la sua dichiarazione di fallimento in sede di estensione ai sensi dell’art. 147, secondo comma legge fall.;



    • quella derivante dalla qualità di amministratore di fatto della s.a.s. dichiarata fallita, dove la soggettività attiva deriva dall’essere stato preposto all’amministrazione ed al controllo di una società commerciale, com’è previsto dall’art. 223 legge fall..


In specie, il fatto che nelle società collettive o nelle accomandite il reato di bancarotta sia tipizzato in relazione alla figura del socio illimitatamente responsabile dichiarato fallito, a prescindere quindi dalla qualità di imprenditore non impedisce che, nel caso in cui ci sia la figura dell’amministratore di fatto che ha esercitato attività gestoria, il responsabile possa essere chiamato a rispondere a titolo di bancarotta impropria ai sensi dell’art. 223 l. fall., a seguito della dichiarazione di fallimento della società medesima;




  • Il secondo motivo è inammissibile, poiché la motivazione adottata dalla Corte appare completa e plausibile in quanto è frutto di numerose testimonianze di soggetti e si basa sulla documentazione dalla quale risulta che egli si è avvalso, nella firma, della qualità di amministratore, applicando il principio ex art. 2639 cc secondo cui la nozione di amministratore di fatto postula l’esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica;



  • il terzo motivo è infondato, in quanto in tema di prova del delitto di bancarotta fraudolenta, il mancato rinvenimento, all’atto della dichiarazione di fallimento, di beni e di valori societari, a disposizione dell’amministratore, costituisce valida presunzione della loro dolosa distrazione, a livello probatorio rilevante al fine di affermare la responsabilità dell’imputato. Nel caso in esame, il ricorrente non deduce la fittizietà della appostazione in bilancio ma l’illogicità della massima dei giudici secondo cui la distrazione di capitale si sarebbe realizzata in pochi anni tramite l’uso indebito della carta bancomat della società, con conseguente iscrizione inattendibile della posta nelle scritture contabili. Si rileva che il dato dei prelevamenti ingiustificati è stato tratto dalle scritture contabili ed in particolare dal conto anticipi del bilancio passato all’analisi del curatore, alla comparazione con gli estratti conto bancari;



  • il quarto motivo è inammissibile, poiché la Corte ha ritenuto importante l’esistenza dei precedenti penali dell’imputato.







  1. Corte di Cassazione, sentenza nr. 37107/2009


La Corte di cassazione conferma la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti dell’ex Presidente del Consiglio di amministrazione di una Spa che aveva fatto dei pagamenti virtuali mediante “l’annotazione di poste passive sul conto corrente di corrispondenza intrattenuto dalla società con un’altra facente parte del gruppo”.


In particolare, con sentenza della Corte d’Appello di Roma, confermando la decisione assunta dal locale Tribunale, si è riconosciuto il soggetto imputato responsabile del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale in relazione alla dichiarazione dello stato d’insolvenza della società s.p.a., della quale era stato presidente del consiglio di amministrazione.




Secondo l’ipotesi accusatoria, il soggetto aveva distratto dal patrimonio della società le somme di denaro corrispondenti a fatture relative a prestazioni in realtà mai eseguite.




Il soggetto propone ricorso per cassazione adducendo a tre motivi.






  • con il primo motivo si ripropone l’eccezione di nullità della vocatio in ius, con specifico riferimento alla notifica ex art. 161 c. 4 c.p.p. del solo verbale di un’udienza di rinvio, non accompagnata dalla copia dell’originario decreto di citazione;



  • con il secondo motivo si denuncia vizio di motivazione e travisamento della prova, per la ritenuta inesistenza delle operazioni fatturate contestando sia che possa parlarsi di distrazione in rapporto a pagamenti esclusivamente virtuali, effettuati attraverso addebiti e speculari accrediti sul conto corrente di corrispondenza intrattenuto da due società con la società capogruppo E.I., sia che tali operazioni abbiano influito sul bilancio della società;



  • con il terzo motivo il ricorrente contesta la configurabilità del dolo, mancando da parte sua la consapevolezza di porre in essere atti idonei ad incidere sulla garanzia per i creditori, in quanto lo stato d’insolvenza non si era ancora manifestato.




Il ricorso è privo di fondamento, poiché:






  • l’eccezione che supporta il primo motivo è l’inammissibile, poiché si fonda sul rilievo che, impossibile la notifica all’imputato della citazione a giudizio nel domicilio dichiarato, si è provveduto alla notifica presso il difensore ai sensi dell’art. 161 c. 4 c.p.p.: anche se in modo irrituale.




Il secondo motivo di ricorso è in parte inammissibile e in parte infondato:






  • il vizio di inammissibilità infirma la censura con la quale il ricorrente contesta il giudizio di inesistenza delle operazioni fatturate: la Corte di merito tende a sollecitare il riesame del merito attraverso la rinnovata valutazione degli elementi probatori acquisiti. La Corte territoriale ha dato pienamente conto delle ragioni che l’hanno indotta al convincimento espresso nella sentenza, evidenziando come ben tre livelli di verifiche avessero condotto a quel risultato. L’infondatezza si tipicizza nel motivo con cui il ricorrente nega potersi configurare il carattere distrattivo di atti di disposizione patrimoniale tradottisi in pagamenti virtuali. A ciò si contrapporre che “ogni operazione contabile passiva inserita in un conto corrente influisce, direttamente ed immediatamente, sul saldo di esso: sicché, ove questo sia attivo, ne deriva una corrispondente perdita di disponibilità patrimoniale (cioè una riduzione del credito verso l’alto correntista); mentre nel caso opposto ne deriva un aggravamento della posizione debitoria. In entrambi i casi l’operazione contabile dà luogo a un depauperamento che, nella prospettiva del successivo fallimento (o provvedimento equivalente), integra quella distrazione che costituisce l’elemento oggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale”.




Privo di fondamento è il terzo motivo di ricorso:






  • si considera che, per il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è sufficiente il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa, nella prevedibilità di un pregiudizio per i creditori sotto il profilo della riduzione della garanzia patrimoniale offerta dal debitore: mentre non è necessaria la consapevolezza dello stato di dissesto in cui l’impresa stessa si trova”.




13 aprile 2010


Sonia Cascarano


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