Reati tributari: risponde anche il prestanome

La Corte di Cassazione – con la sentenza 1590 del 16 gennaio 2018 – ha precisato che il rappresentante legale di una società risponde dei reati penal-tributari disciplinati dal D.Lgs. n. 74/2000, in concorso con l’amministratore di fatto, nel momento in cui, pur rivestendo un mero ruolo formale e, quindi, di c.d. “testa di legno”, ha in ogni caso avuto consapevolezza dei meccanismi e dell’operatività illecita dell’impresa, di cui ha accettato la carica formale congiuntamente ai correlati rischi.
In particolare, nel caso di specie, la Suprema Corte si è pronunciata sul ricorso avverso la sentenza di condanna – emessa dall’organo giurisdizionale di secondo grado – nei confronti del legale rappresentante di una srl utilizzata come “cartiera”, per i reati previsti dall’articolo 5 del menzionato D.Lgs. n. 74/2000, in relazione all’omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali per l’anno 2008, con le conseguenti sottrazioni d’imposta, e di cui all’articolo 81 cpv codice penale e all’articolo 10-ter del D.Lgs n. 74, atteso il mancato versamento dell’imposta sul valore aggiunto dovuta per l’anno 2007.
La Corte di Cassazione, in estrema sintesi, ha preliminarmente richiamato la propria consolidata giurisprudenza in ordine alla sufficienza del dolo eventuale per i reati, anche omissivi, commessi in nome e per conto della società, individuando – pertanto – nell’amministratore di fatto il soggetto attivo del reato e nel prestanome il concorrente per non avere impedito l’evento che (in base all’art. 40 c.p., comma 2, art. 2392 c.c. e artt. 5 e 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000) aveva il dovere di impedire.
In altre parole, se è vero che il prestanome non ha alcun potere d’ingerenza nella gestione della società, la possibilità di addebitare il concorso è consentita tramite il ricorso alla figura del dolo eventuale: il prestanome accettando la carica ha anche accettato i rischi connessi a tale carica[1].
A detta della Corte, ne…

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