Credito IVA: può essere sospeso fino ad annullamento definitivo dei carichi pendenti?

Una questione che riveste notevole importanza nell’ambito del tema dell’assetto dei rapporti tra Fisco e contribuente, attiene all’efficacia dell’istituto cautelare di garanzia del credito tributario effettuata a fronte di una sentenza non definitiva del giudice tributario che annulli, in tutto o in parte, l’atto impositivo presupposto.
Si tratta, cioè, di stabilire se la pronuncia del giudice in senso (totalmente o parzialmente) favorevole al contribuente, sia pure ancora soggetta ad impugnazione, si rifletta sulla detta misura cautelare, incidendo sulla sua efficacia, oppure se questa resti insensibile alla statuizione giudiziale e i suoi effetti perdurino fino all’eventuale sopravvenire del giudicato negativo del credito del fisco.
Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con un recentissimo intervento, hanno risolto tale questione, oggetto di contrasto giurisprudenziale, dell’efficacia del provvedimento di sospensione, nel caso in cui l’atto di irrogazione delle sanzioni sia stato annullato da una sentenza non ancora passata in giudicato.

credito iva annullamento definitivo dei carichi pendentiCredito IVA e annullamento carichi pendenti: principi

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 2320 del 31 gennaio 2020, accogliendo l’orientamento[1] espresso nella Sentenza n. 2893 del 2019[2], hanno risolto il contrasto giurisprudenziale sorto, affermando il seguente principio di diritto:

Nel caso in cui un atto di irrogazione delle sanzioni sia stato annullato in tutto o in parte con sentenza anche non definitiva cessa di avere efficacia il provvedimento di sospensione del pagamento del credito vantato dall’autore della violazione o dai soggetti obbligati in solido nei confronti dell’amministrazione finanziaria emesso ai sensi dell’art. 23, comma 1, d.lgs. n. 472 del 1997”.

 
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2320 del 31 gennaio 2020 hanno enunciato due principi di diritto in materia di rimborso di un credito IVA.

In caso di richiesta di rimborso di un credito IVA, l’Amministrazione finanziaria, che abbia chiesto e ottenuto garanzia dal contribuente in base all’art. 38 bis, comma 1, d.P.R. n. 633/1972, non può fare uso, durante il periodo di vigenza di detta garanzia, degli strumenti cautelari, rispetto ad essa alternativi, previsti dagli artt. 23, comma 1, d.lgs. n. 472/1997[3] e 69, r.d. n. 2440/1923.

Nel caso in cui un atto di irrogazione delle sanzioni sia stato annullato in tutto o in parte con sentenza anche non definitiva, cessa di avere efficacia [4]il provvedimento di sospensione del pagamento del credito IVA vantato dall’autore della violazione o dai soggetti obbligati in solido nei confronti dell’Amministrazione finanziaria emesso ai sensi dell’art. 23, comma 1, d.lgs. n. 472/1997.

L’Amministrazione non può cautelarsi due volte, pur se con finalità diverse, in riferimento allo stesso credito del contribuente e cioè essa non può emettere il provvedimento di fermo durante il periodo di vigenza della garanzia (cauzione, o fideiussione bancaria o polizza fideiussoria assicurativa, che sia) prestata dal contribuente ai sensi dell’art. 38-bis, D.P.R. n. 633/1972.

Tale duplice cautela risulta, da una parte, ingiustificata per l’Erario, che può rivalersi sulla garanzia già prestata e a sua disposizione, ed implica, dall’altra, un carico eccessivo per il contribuente, che, oltre all’onere della prestazione della garanzia, vede il medesimo suo credito sottoposto a fermo.

 

In particolare, secondo le Sezioni Unite:

A ciò induce, in modo piano, la lettera della seconda parte dell’art. 23 d.lgs. n. 472 del 1997, secondo cui la sospensione del pagamento “opera nei limiti della somma risultante dall’atto o dalla decisione della commissione tributaria ovvero dalla decisione di altro organo”: in base al fondamentale canone di cui all’art. 12, co 1, delle Preleggi – che impone all’interprete di attribuire alla legge il senso fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la loro connessione – la disposizione sta a significare che nel caso in cui, a seguito dell’impugnazione dell’atto di contestazione o di irrogazione della sanzione, la commissione tributaria lo abbia annullato, in tutto o in parte, la sospensione del pagamento opera nei limiti della somma corrispondente alla parte dell’atto non annullata della sentenza stessa, ancorchè essa non sia passata in giudicato.

Tale passaggio in giudicato costituisce, piuttosto, il presupposto, a norma del comma 2 dell’art. 23 del d.lgs. n. 472 del 1997, della pronuncia, da parte dell’Ufficio, della compensazione del proprio debito.

14. Tale approdo è, peraltro, coerente con quanto già deciso, con la sentenza n. 758 del 2017, da queste Sezioni Unite, che, nel riconoscere “efficacia immediata” alle sentenze della Commissione Tributaria, anche prima che “l’immediata esecutività [fosse] espressamente prevista ed ampliata” dall’art. 9 del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 156, ha condivisibilmente rilevato – con una notazione che qui assume un…

Contenuto disponibile esclusivamente agli utenti abbonati
Per continuare a leggere il contenuto di questo articolo è necessario essere abbonati. Se sei già un nostro abbonato, effettua il login attraverso il modulo di autenticazione posto in cima alla pagina. Se non sei abbonato o ti è scaduto l'abbonamento, che aspetti?
Condividi:
Maggioli ADV
Gruppo Maggioli
www.maggioli.it
Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it www.maggioliadv.it