Flat tax e rimodulazione delle aliquote IRPEF: prospettive

Come recentemente affermato anche dal Ministro Tria, la riforma Irpef appare ormai un tema ormai non più rinviabile, essendo però necessario arrivarci progressivamente, diminuendo innanzitutto il numero delle aliquote fiscali fino ad arrivare alla famigerata flat tax. Le ipotesi di riforma possono essere varie: la rimodulazione del prelievo potrebbe comunque produrre gli effetti voluti solo a due condizioni: una graduale fase transitoria tra il vecchio e il nuovo sistema impositivo e che alla riduzione delle aliquote corrisponda un aumento della incisività dell’azione del Fisco e dell’effettivo contrasto all’evasione fiscale.

irpef - imposta sul reddito delle persone fisiche - aliquoteCome recentemente affermato anche dal Ministro dell’Economia e delle finanze, la riforma Irpef appare ormai un tema ormai non più rinviabile, essendo però necessario arrivarci progressivamente, diminuendo innanzitutto il numero delle aliquote fiscali. E allora le ipotesi di riforma possono essere varie. Di seguito se ne indicano tre, di cui alcune già stimate anche nei loro effetti finanziari. La rimodulazione del prelievo potrebbe comunque produrre gli effetti voluti solo a due condizioni: una graduale fase transitoria tra il vecchio e il nuovo sistema impositivo e che alla riduzione delle aliquote corrisponda un aumento della incisività dell’azione del Fisco e dell’effettivo contrasto all’evasione fiscale.

La riforma Irpef appare ormai un tema ormai non più rinviabile. La questione della rimodulazione della riforma Irpef è fondamentale, sia da un punto di vista politico che economico e di giustizia redistributiva.

Oggi le aliquote fiscali sono cinque:

  • 23% fino a 15 mila euro, che corrisponde – nel caso di massimo reddito – ad una tassazione di 3.450 euro. Facendo un rapido calcolo, nella prima fascia sono ricompresi tutti i lavoratori che percepiscono un reddito non superiore a 1.250 euro.
  • 27% tra 15 e 28 mila euro, con una tassazione – nel caso di reddito più alto – di 6.960 euro. Sono rappresentati da tale categoria le persone con reddito mensile non superiore a 2.335 euro. È importante evidenziare che, a partire dal secondo scaglione in poi, si applica comunque l’aliquota successiva solo per la parte eccedente di reddito.
  • 38% oltre i 28 mila, per contribuenti con un reddito massimo di 4.583 euro, e con una tassazione pari a 17.220 euro in caso di reddito più alto.
  • 41% sopra i 55 mila euro, per i contribuenti che presentano un reddito mensile non superiore a 6.250 euro e con una tassazione pari a 25.420 euro.
  • 43% oltre i 75 mila euro, per i contribuenti che percepiscono oltre 6.250 euro mensili e che dovranno corrispondere 25.420 euro, più il 43% sul reddito eccedente.

Dopo i 28 mila euro il sistema diventa sostanzialmente e di fatto “punitivo”.

E allora le ipotesi di riforma possono essere varie.

Ipotesi A – Introdurre un’aliquota unica tra i 15 mila e i 75 mila euro al 27%

Oltre i 75 mila euro si continuerebbe a pagare il 43%. Così come sotto i 15 mila si continuerebbe a pagare il 23%. Un sistema dunque con solo tre aliquote, ma con un maxi-scaglione nella parte centrale.

Secondo le simulazioni effettuate dal Mef già in occasione di precedenti governi, per testare il costo di questa ipotesi, la perdita di gettito per le casse dello Stato non sarebbe drammatica. Il primo anno il costo sarebbe infatti di 9 miliardi di euro e poi, a regime, aumenterebbe fino a 12 miliardi di euro.

Gli effetti per i contribuenti sarebbero del resto molto rilevanti. Sempre secondo le simulazioni, ogni mille euro di reddito oltre i 28 mila euro, si risparmierebbero infatti circa 110 euro. Oltre i 55 mila euro, per ogni mille euro aggiuntivi dichiarati, il risparmio salirebbe a 140 euro. Quindi, per esempio, con un reddito di 40 mila euro il risparmio sarebbe di 1.320 euro l’anno. A 50 mila euro i risparmi salirebbero a 2.430 euro l’anno, e a 60 mila euro si raggiungerebbero i 3.500 euro di minori tasse.

Soldi che spingerebbero senz’altro verso l’alto i consumi interni, con dunque vantaggi per tutta la collettività.

Ipotesi B – Eliminazione dell’aliquota agevolata Iva (almeno quella al 10%)

L’eliminazione dell’aliquota agevolata Iva (almeno quella al 10%) da sola porterebbe in dote circa 20 miliardi di euro.

Con questo “tesoretto” si potrebbe procedere all’individuazione di tre sole aliquote Irpef:

  • 20% fino a 40.000;
  • 30% tra 40 e 60.000;
  • 40% oltre 60.000.

L’ipotesi nella sua semplicità è affascinante e porterebbe vantaggi notevoli per tutti i contribuenti appartenenti agli attuali scaglioni.

Ne va però verificata attentamente la fattibilità economico/finanziaria.

Ipotesi C – Riprendere l’abrogata IRE

L’Imposta sul reddito (IRE) era stata introdotta dalla legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Finanziaria per l’anno 2005) per sostituire l’Irpef.

Tale trasformazione non fu però mai resa operativa, non essendo mai stati emanati i decreti attuativi.

E infine è stata abrogata dalla legge 27 dicembre 2006 n. 296 (Finanziaria per l’anno 2007), che ha contestualmente reintrodotto l’Irpef.

Potrebbe dunque essere opportuno riprendere quell’impianto (con le necessarie modifiche, essendo alla fine il più “drastico” e più vicino allo spirito della flat tax), su cui peraltro vi sono già tutti i tipi di relazioni tecniche e simulazioni, in modo da verificarne con attenzione la concreta fattibilità.

E quindi, due aliquote in luogo delle cinque attuali:

  • la prima, del 23% per i redditi fino a 100.000 euro,
  • la seconda, del 33% per i redditi di importo superiore (questa seconda aliquota, in realtà, potrebbe essere anche mantenuta all’attuale 43%, o comunque individuando un’aliquota intermedia tra 33% e 43%).

Certo il vantaggio per la stragrande parte dei contribuenti sarebbe in questo caso davvero notevole.

Per compensare il deficit finanziario andrebbero però trovate misure compensative adeguate (per esempio attraverso la riduzione di agevolazioni fiscali, detrazioni etc.).

In conclusione, l’operazione riduzione degli scaglioni e delle aliquote non farebbe altro che imprimere un’accelerazione ad un processo in verità già in atto da molto tempo, se solo si pensa che, negli anni ’70, gli scaglioni erano tra i 20 ed i 30 e le aliquote andavano dal 10 al 72 per cento.

Il processo, d’altra parte, è già stato attuato anche nella maggior parte dei paesi industrializzati, dove sono state fatte incisive riforme della tassazione del reddito delle persone fisiche, tutte partite dal modello Usa della Tax Reform Act del 1986, contrassegnato da ampliamento della base imponibile, attenuazione della progressività mediante la riduzione di scaglioni e aliquote e aumento del minimo esente.

Certo però una rimodulazione del prelievo potrebbe produrre gli effetti voluti solo a due condizioni.

  1. una graduale fase transitoria tra il vecchio e il nuovo sistema impositivo (il sistema non potrebbe assorbire un cambiamento immediato);
  2. e che alla riduzione delle aliquote corrisponda un aumento della incisività dell’azione del Fisco e dell’effettivo contrasto all’evasione fiscale (mirando in sostanza a recuperare una parte sostanziosa di quei 100 miliardi circa di attuale evasione).

 

a cura di Giovambattista Palumbo

19 Aprile 2019

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