No alla richiesta di atti e documenti già in possesso dell'amministrazione finanziaria

No alla richiesta di atti e documenti già in possesso dell'amministrazione finanziariaAi sensi dell’art. 32, DPR 29 settembre 1973 n. 600 gli uffici in sede di controllo possono:

    • invitare i contribuenti, indicandone il motivo, a esibire o trasmettere atti e documenti rilevanti ai fini dell’accertamento nei loro confronti. Ai soggetti obbligati alla tenuta di scritture contabili può essere richiesta anche l’esibizione dei bilanci o rendiconti e dei libri o registri previsti dalle disposizioni tributarie;
    • inviare ai contribuenti questionari relativi a dati e notizie di carattere specifico rilevanti ai fini dell’accertamento nei loro confronti nonché nei confronti di altri contribuenti con i quali abbiano intrattenuto rapporti, con invito a restituirli compilati e firmati.

Come noto agli addetti ai lavori, a simili richieste va dato riscontro da parte dei contribuenti, ma è altrettanto vero che non sempre per ottemperare ad esse basta un click.

Proprio per questo, i professionisti si sentono spesso rivolgere la seguente: “perché l’amministrazione finanziaria ci domanda anche documenti che ha già?”

In un sistema fiscale che impone almeno una scadenza al mese, con invii di dati a vario titolo, dove i ritardi sono da sempre stati oggetto di sanzioni ed in cui si è faticato a far passare per i ritardi di breve durata ovvero per errori di limitata entità nel versamento il concetto di lieve inadempimento, in Giurisprudenza prima e legislativamente poi, la richiesta di documentazione già inviata e acquisita dal sistema dell’Agenzia delle Entrate sembra, ai non esperti, una beffa.

Ad “irritare” maggiormente, in questi casi, poi è l’avvertimento di rito in calce alle richieste secondo cui “le notizie, i dati, gli atti, i documenti, i libri e i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non potranno essere presi in considerazione a Suo favore ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa (art. 32 del DPR n. 600/1973, come integrato dall’art. 25 della legge n. 28/1999)”.

In primo luogo, occorre tener presente un principio: i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede, come sancito nello statuto del contribuente.

Pertanto, se il contribuente deve collaborare in sede di verifica, avendo l’invio del questionario da parte dell’amministrazione finanziaria, la funzione di assicurare un dialogo preventivo tra fisco e contribuente per favorire la definizione delle reciproche posizioni, (Corte di cassazione, sentenza 27 settembre 2013 22126), è altrettanto vero che il Fisco deve comportarsi secondo buonafede, rispettando quindi, un altro principio, previsto sempre nello statuto del contribuente “Al contribuente non possono, in ogni caso, essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente” (art. 6, Legge 27 luglio 2012, n. 2000).

Con l’art. 7, primo comma, lettera f) D.L. 13 maggio 2011 n. 70 fu addirittura previsto che i contribuenti non devono fornire informazioni che siano già in possesso del Fisco e degli enti previdenziali ovvero che da questi possono essere direttamente acquisite da altre Amministrazioni”, una norma questa che fu introdotta per ridurre il peso della burocrazia che grava sulle imprese e più in generale sui contribuenti.

Ad essa fece seguito la modifica dell’art. 43, DPR 28 dicembre 2000 n. 445 (si veda l’art. 15, comma 1, lett. c), L. 12.11.2011 n. 183) che ha esteso l’obbligo di acquisizione d’ufficio, da parte di tutte le amministrazioni procedenti, a “tutti i dati ed i documenti che siano in possesso delle pubbliche amministrazioni”.

La stessa Agenzia delle Entrate, nella risoluzione 13 febbraio 2013 n. 11, chiarì che, in base all’ 43, DPR 28 dicembre 2000 n. 445 ed all’art. 6, Legge 27 luglio 2012, n. 2000, i contribuenti erano tenuti più ad allegare alla dichiarazione…

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