Operazioni oggettivamente inesistenti: grava sul contribuente l'onere della prova

operazioni oggettivamente inesistentiPREMESSA

Appaiono particolarmente interessanti le doppie conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione con l’ordinanza n.18390 del 12 luglio 2018 in tema di operazioni oggettivamente inesistenti, che qui di seguito rileviamo:

  • nel caso in cui l’amministrazione finanziaria ritenga che la fattura concerna operazioni oggettivamente inesistenti, e cioè sia una mera espressione cartolare di operazioni commerciali mai poste in essere da alcuno, ha l’onere di fornire elementi probatori, anche in forma indiziaria e presuntiva(Cass. n. 18118 del 2016; Cass. n. 21953 del 2007, n. 9784 del 2010, n. 9108 del 2012, n. 15741 del 2012, n. 23560 del 2012; n. 27718 del 2013, n. 20059 del 2014), del fatto che l’operazione fatturata non è stata effettuata, dopo di che passerà sul contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate; siffatta prova, tuttavia, non può consistere (per quanto su precisato) nella esibizione della fattura o nella sola dimostrazione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, i quali vengono infatti normalmente utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia (Cass. n. 28572 del 2017; n. 5406 del 2016, n. 28683 del 2015, n. 428 del 2014, n. 12802 del 2011, n. 15228 del 2001 su tale punto, v. anche Cass. n. 12802 del 2011)[1]”;
  • In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo ad operazioni oggettivamente inesistenti, grava sul contribuente l’onere di provare la fittizietà dei componenti positivi che, ai sensi dell’art. 8, comma 2, del d.l. 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, nella legge 26 aprile 2012, n. 44, ove direttamente afferenti a spese o altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, non concorrono alla formazione del reddito oggetto di rettifica, entro i limiti dell’ammontare non ammesso in deduzione delle predette spese o altri componenti negativi”. (Cass. n. 21189 del 2014; Cass. n. 7896 del 2016)[2]”.

Brevi considerazioni

Se sul primo aspetto c’è poco da aggiungere alle conclusioni confermative raggiunte dagli Ermellini[3] – qualora l’amministrazione finanziaria fornisca validi elementi, anche presuntivi, per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni fittizie, si sposta sul contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate.

Sul secondo punto appare opportuno ricordare le indicazioni offerte dalle Entrate con la circolare n. 32/E del 3 agosto 2012,con cui l’Amministrazione finanziaria ha diramato le istruzioni sulle disposizioni introdotte dall’art. 8, commi 1, 2 e 3, del D.L. 2 marzo 2012, n. 16, convertito con modificazioni dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, in materia di indeducibilità di costi e spese direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo nonché in materia di sanzionabilità dell’utilizzo di componenti reddituali negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati.

In particolare, al comma 2 dell’art.8 il legislatore ha previsto una nuova disciplina, anche sanzionatoria, in materia di utilizzo di fatture relative a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati[4].

Detta norma ha introdotto una specifica sanzione per il comportamento antigiuridico consistente nella deduzione di costi o spese sostenuti in relazione a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati e, al tempo stesso, in attuazione del principio costituzionale della capacità contributiva, ha disposto che, ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi, i componenti positivi di reddito direttamente afferenti ai costi per operazioni inesistenti, anche se imputati a conto economico e dichiarati dal contribuente, non sono considerati imponibili entro i limiti dell’ammontare dei correlati componenti negativi per operazioni inesistenti.

La norma, che…

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