Lo scomputo delle ritenute non certificate e non versate dal sostituto di imposta

I prossimi giorni saranno ancora dedicati all’appuntamento più importante dell’anno, il calcolo delle imposte da versare e la redazione della dichiarazione dei redditi.  Nel calcolo incidono in misura considerevole le ritenute d’acconto subite. In molto casi, soprattutto i professionisti, ricevono in ritardo la relativa certificazione o non la ricevono affatto. Si pone dunque ancora una volta il dubbio se scomputare o meno le ritenute d’acconto subite e non certificate per la determinazione delle imposte dovute a saldo.

Il problema della carenza documentale può essere agevolmente superato. Il contribuente può esibire all’Agenzia delle entrate, nel caso in cui subisca il relativo controllo formale, la fattura emessa ed una dichiarazione sostitutiva di atto notorio indicando altresì il mezzo di pagamento bancario attraverso il quale ha incassato la somma fatturata, quindi il bonifico bancario e la relativa ritenuta.

In particolare il contribuente deve essere in grado di esibire la documentazione bancaria o di altri intermediari idonea a dimostrare l’importo del compenso netto effettivamente percepito (al netto della ritenuta) così come risultante dalla suddetta fattura. 

Ad esempio può essere esibita copia della contabile bancaria con l’indicazione dell’incasso della fattura al netto della ritenuta. Una documentazione equipollente è rappresentata dall’estratto conto bancario, dove si desume chiaramente come l’incasso indicato sia riferibile alla fattura “non certificata” o dall’assegno circolare. Questa soluzione è stata fornita dall’Agenzia delle entrate e specificamente dalla Risoluzione n. 68/E del 2009.

Oramai gli uffici conoscono sufficientemente la risoluzione del 2009 e riconoscono la validità della “certificazione alternativa”.  La condizione che legittima lo scomputo della ritenuta è prevista dall’art. 22 del TUIR. Il contribuente deve aver effettivamente subito la trattenuta ad opera del sostituto di imposta.

Non sembra necessario che tale soggetto abbia effettivamente versato le somme trattenute. Tuttavia un orientamento eccessivamente rigoroso della Corte di Cassazione ha ritenuto che lo scomputo delle ritenute è subordinato all’avvenuto versamento da parte del sostituto di imposta.  In buona sostanza si configurerebbe una sorta di responsabilità solidale tra il sostituto e sostituito.

Pertanto il professionista, dopo aver subito la ritenuta d’acconto rischierebbe, secondo questo orientamento, di dover versare nuovamente la somma all’erario se nel frattempo il sostituto non abbia provveduto a versare la somma dovuta nelle casse dell’erario. Si verificherebbe, quindi, un caso di doppia imposizione in contrasto con quanto previsto dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Recentemente la Commissione Tributaria Regionale di Milano, con la sentenza n. 2604/2018 depositata il  6 giugno scorso, si è discostata dalla tesi della Cassazione. Ciò al fine di osservare il divieto di doppia imposizione prevista dal citato Testo Unico.  La tesi dei giudici di merito è fondata, tra l’altro, su un’interpretazione letterale dell’art. 35 del D.P.R. n. 602/1973.  La disposizione citata prevede che “quando il sostituto viene iscritto a ruolo per imposte … relative a redditi sui quali non ha effettuato né le ritenute a titolo d’imposta né i relativi versamenti, il sostituito è coobbligato in solido”.

I giudici milanesi, nell’argomentare la sentenza favorevole al contribuente, hanno osservato come le condizioni previste affinché scatti la solidarietà non sussistono nella fattispecie oggetto di contestazione.  Nel caso di specie l’imposta non è stata ancora iscritta a ruolo. La disposizione si riferisce, senza incertezze, al solo caso in cui il sostituto d’imposta non abbia effettuato la relativa ritenuta. Invece nel caso della controversia la ritenuta è stata correttamente operata, ma non versata. 

Quindi il caso dovrebbe porsi al…

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