Legittimo produrre nuovi documenti in appello

E’ consentito presentare nuovi documenti in appello anche se gli stessi erano già disponibili dal primo grado di giudizio.

Il deposito della nuova documentazione deve avvenire nel rispetto del principio di difesa e del contraddittorio, fino a venti giorni liberi prima della data di trattazione del ricorso (Cass. n. 17164/2018).

Il legislatore ha disciplinato all’art. 58, comma 1, del D. Lgs n. 546/1992 il regime delle nuove prove prodotte in secondo grado, stabilendo che il giudice d’appello non può disporre nuove prove, salvo che non le ritenga necessarie ai fini della decisione o che la parte dimostri di non averle potute fornire nel precedente grado di giudizio per causa ad essa non imputabile, mentre è fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti (comma 2).

Il giudice, quindi, è tenuto a motivare l’assunzione delle prove con ordinanza. Diversa è la disciplina riservata alla produzione documentale, essendo prevista la facoltà delle parti di produrre liberamente la nuova documentazione, sostanzialmente corrispondente a quella portata al giudizio di cognizione.

Nel caso in esame il contribuente ha impugnato l’avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle entrate recuperava maggior reddito Irpef e imponibile Iva ed IRAP; l’atto impositivo aveva origine dal processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza ed era impugnato dinanzi alla CTP eccependo in primis della mancata conoscenza della documentazione, inclusi i questionari e i processi verbale redatti dai militari. In primo grado il ricorso veniva respinto, mentre in appello, parzialmente accolto, l’ufficio presentava documentazione integrativa dichiarata inammissibile in quanto comportante “ulteriori esami e valutazioni” e in violazione del contraddittorio.

La Corte ha ritenuto, accogliendo il ricorso dell’ufficio, che il comma 2 dell’art. 58 D. Lgs n. 54671992 che l’espressione usata dal legislatore “è fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti”, è da intendersi come fatta salva in ogni caso, senza un necessario collegamento con l’art. 345 C.p.c. ovvero all’impossibilità di produrli in primo grado.

Nel giudizio tributario di secondo grado le parti possono presentare qualsiasi documento, anche se già disponibile in precedenza. Il chiaro significato del citato art. 58 abilita alla produzione di qualsiasi documento nel giudizio di appello, senza alcuna restrizione e con disposizione autonoma rispetto a quella che, nel primo comma, sottopone a restrizione l’accoglimento dell’istanza di ammissione di altre fonti di prova (Cass. n. 22776/2015).

I giudici di legittimità hanno tenuto conto anche dell’orientamento della Corte Costituzionale cha ha dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità dell’art. 58, comma 2, ritenendo che nel merito non sussiste la disparità di trattamento tra le parti del giudizio, in base ad un presunto sbilanciamento a favore di quella ammessa a produrre per la prima volta in appello documenti già in suo possesso nel primo grado; secondo i giudici tale facoltà è riconosciuta ad entrambe le parti del giudizio.

La giurisprudenza della Corte Costituzionale ha ritenuto che non vi è compressione dell’esercizio del diritto di difesa; la previsione che un’attività probatoria, rimasta preclusa nel giudizio di primo grado, può essere esperita in appello non è di per sé irragionevole, atteso che «il regime delle preclusioni in tema di attività probatoria (come la produzione di un documento) mira a scongiurare che i tempi della sua effettuazione siano procrastinati per prolungare il giudizio, mentre la previsione della producibilità in appello rappresenta un temperamento disposto dal legislatore sulla base di una scelta discrezionale, come tale insindacabile (Corte Cost. sent. n. 199/2017).

Il combinato disposto dell’art. 58 e 61 del D lgs n. 546/92, con il richiamo delle norme sul giudizio di primo grado (artt. 22,23, 24 e…

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