Compensazione dei debiti fiscali dello studio professionale

Uno studio professionale non può compensare i propri debiti fiscali con i crediti di imposta dei singoli associati, trattandosi di soggetti diversi.
Sono queste le conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 13638 del 30 maggio 2018, con la quale ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate.
La soluzione della Cassazione
La Corte prende avvio al suo ragionamento dall’art.17 del D.Lgs. 241/97, il quale ammette che il contribuente possa opporre in compensazione i propri crediti. Tale facoltà presuppone, sul piano oggettivo, la riferibilità dei crediti opposti in compensazione allo stesso periodo di maturazione del debito verso l’amministrazione finanziaria; nonché, sul piano soggettivo, la riferibilità allo stesso contribuente (indipendentemente dall’identità altresì dell’ente percettore) tanto del credito quanto del debito estinto per compensazione.
Nel caso di specie, l’associazione professionale ha operato la compensazione dì propri debiti verso l’amministrazione finanziaria mediante crediti maturati dai singoli associati; vale a dire, da soggetti diversi, ed autonomamente ammessi allo scomputo in ragione della diretta imputazione ad essi, per trasparenza ex art. 5 T.U.I.R., dei redditi rinvenienti dall’attività associata.
Nella giurisprudenza di legittimità si è osservato (Cass. 16964/12) che “in materia tributaria la compensazione è ammessa, in deroga alle comuni disposizioni civilistiche, soltanto nei casi espressamente previsti, non potendo derogarsi al principio secondo cui ogni operazione di versamento, di riscossione e di rimborso, ed ogni deduzione, è regolata da specifiche, inderogabili norme di legge. In proposito il D. Lgs. 9 luglio 1997, n. 241, art. 17, nell’ammettere la compensazione, in sede di versamenti unitari delle imposte, ne ha limitato l’applicazione alle ipotesi di crediti dello stesso periodo, nei confronti dei medesimi soggetti e risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche presentate successivamente alla data della sua entrata in vigore”. Negli stessi termini, Cass. sent. n. 1538/17, che ha escluso la compensabilità, da parte dello studio professionale, del credito per ritenuta maturatosi in capo al singolo associato, osservando come – in base all’art.17, comma 1, del D.Lgs. 241/97 – – presupposto per la compensazione sia la spettanza del credito in capo “allo stesso contribuente e non di altri soggetti d’imposta”.
“Ora è vero che, come invocato dall’associazione nel giudizio di merito, la stessa amministrazione finanziaria – con la Circolare n. 56/E/2009 – riconosce la possibilità che la compensazione venga fruita dall’ente collettivo trasparente per i crediti dei singoli associati. E tuttavia, questo viene ammesso solo per la quota di credito residuata all’esito dello scomputo da costoro operato sul proprio debito Irpef. E, inoltre, sempre che l’avocazione, da parte dell’associazione, della porzione di credito eccedente tale scomputo sia stata dagli associati espressamente assentita: vuoi, in via generale, per previsione statutaria; vuoi in forza di dichiarazione contenuta in atto avente data certa anteriore alla compensazione stessa. Viene poi richiesto, ex art.17 cit., che ricorra l’ulteriore condizione che il credito risulti dalla dichiarazione annuale dell’ente collettivo”.
Nel caso di specie si verte in situazione completamente diversa, “nella quale la commissione tributaria regionale ha ammesso l’associazione professionale alla compensazione diretta ed integrale sul presupposto che non vi fosse stata, nel suo contegno, alcuna scorrettezza o malafede. Là dove non di questo si trattava, quanto di individuare i limiti soggettivi di operatività della compensazione ex art. 17 cit.; in rapporto alla regola generale desumibile dall’ultima parte del primo comma dell’articolo 22 (già 19) T.U.I.R., secondo cui “le ritenute operate sui redditi delle società, …

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