Indagini finanziarie per tutti

Con le ordinanze nn. 7277 e 7278 la Corte di Cassazione ha confermato che in tema di indagini finanziarie sulle imposte sui redditi, la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari, “giusto il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti, come si ricava dal successivo art. 38, riguardante l’accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche, che rinvia allo stesso art. 32, comma 10, n. 2”.

Nel caso di specie, il giudice d’appello non si è attenuto a questi principi, in quanto ha assegnato rilevanza dirimente alla circostanza, di per sè ininfluente anche per la genericità del modo in cui è stata dedotta, che le movimentazioni bancarie si riferiscono a “sistemazione di rapporti creditori-debitori intercorsi nell’ambito familiare”, per di più valorizzando documenti, dei quali non descrive il contenuto.

Brevi note

Con il termine contribuente, ai fini impositivi, si intende colui che è soggetto alla potestà dell’ente impositore, cioè il soggetto passivo dell’obbligazione tributaria, indipendentemente dal tipo di attività svolta.

In estrema sintesi, come rilevato dalla C.M. n. 32/2016, sono da considerare contribuenti o comunque destinatari, ai fini e per gli effetti dell’applicazione delle norme sulle indagini finanziarie, “non solo le persone fisiche o giuridiche, ma ogni altro soggetto, titolare o meno di situazioni giuridiche che costituiscono il presupposto del tributo, anche come destinatario unitario soltanto di accertamento e non anche di imputazione del reddito”.

Inoltre, per l’espresso richiamo della norma alle ordinarie tipologie di accertamento, l’operatività delle presunzioni in esame si estende, almeno dal lato dei versamenti, alla generalità dei soggetti passivi e delle diverse categorie reddituali.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21132 del 13 ottobre 2011 (ud. del 7 luglio 2011) aveva già affermato che l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa o di lavoro autonomo.

Se non viene contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta, impresa, arte o professione, sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti.

Sempre la Corte, con la sentenza n. 19692 del 27 settembre 2011 (ud. del 23 giugno 2011), si era soffermata sulla valenza dei versamenti riscontrati in un conto di un soggetto privato, ritenendo legittimo il rilievo operato dall’Amministrazione finanziaria che aveva imputato a reddito i versamenti su un conto corrente privi di giustificazione, spettando a questi dimostrarne l’estraneità all’imponibile ricostruito in sede di accertamento.

“Ed invero il D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32 e 38, hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia a natura dell’attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengano, la qual cosa in particolare è da ritenersi per quanto relativo all’applicabilità della presunzione di cui all’art. 32, comma 1, n. 2. Nè in contrario senso può fondatamente invocarsi il riferimento ai “ricavi” e alle scritture contabili contenuto nella suddetta norma, giacchè esso risulta limitativo unicamente della possibilità per l’ufficio di desumere reddito dai “prelevamenti”, non potendosi certamente in via generale e per qualsiasi contribuente presumere la produzione di un reddito da una spesa, e potendo…

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