La deducibilità delle imposte estere non recuperabili come credito

L’impresa che opera in mercati internazionali può incappare in qualche prelievo tributario su redditi commerciali prodotti all’estero. Si pensi al caso in cui una impresa italiana che, pur in assenza di stabile organizzazione, sia assoggettata ad un prelievo su compensi incassati a fronte di prestazioni di carattere tecnico.
I casi che si possono presentare sono sostanzialmente tre:

La ritenuta viene operata e non esiste una convenzione in vigore tra l’italia ed il Paese estero che gestisca la posizione;
Esiste una convenzione e la ritenuta è contemplata espressamente dalla Convenzione;
Esiste la convenzione ma nessuna ritenuta è contemplata.

 
La ritenuta viene operata e non esiste una convenzione in vigore tra l’italia ed il Paese estero che gestisca la posizione
La questione è stata affrontata dalla C.M. 9/E/2015. Si tratta del caso in cui un’impresa residente produce in un Paese estero redditi che non sono riconducibili a una delle singole categorie previste dall’articolo 23 del TUIR, quali ad esempio i redditi di natura commerciale che – in assenza di una stabile organizzazione secondo la definizione introdotta dall’articolo 162 del TUIR – non sono qualificabili come redditi d’impresa.
Va precisato che ai sensi dell’articolo 23 del TUIR, i redditi di tale natura realizzati da un non residente non sono collegabili ad una fonte produttiva nel territorio dello Stato e, pertanto, essi non possono, specularmente, essere considerati come prodotti all’estero dall’impresa residente, ai fini del riconoscimento a suo favore del credito per le eventuali imposte pagate oltre confine.
L’art. 165 comma 2 del tuir, infatti, “I redditi si considerano prodotti  all’estero  sulla  base  di  criteri reciproci a quelli previsti dall’articolo 23 per individuare quelli prodotti nel territorio dello Stato”.
La situazione può presentarsi sia quando lo Stato estero, nella propria legislazione interna, adotta una definizione di stabile organizzazione diversa da quella adottata dal legislatore italiano (ad esempio, un cantiere che dura un solo mese), sia quando – come nel nostro caso – lo Stato estero assoggetta a imposizione i redditi commerciali prodotti nel proprio territorio anche in assenza di una struttura definibile come stabile organizzazione.
Secondo l’Agenzia il problema si presenta solo in mancanza di una Convenzione contro le doppie imposizioni con lo Stato della fonte, in quanto in tal caso, occorre fare riferimento ai criteri indicati dall’articolo 23 del TUIR al fine di stabilire se, in base alla lettura speculare dei medesimi, il reddito possa considerarsi prodotto all’estero.
In particolare, il reddito derivante da prestazioni commerciali effettuate in un altro Stato in assenza di una stabile organizzazione non si considera prodotto all’estero, con la conseguenza che le imposte ivi pagate non risultano essere detraibili.
La Circolare precisa che limitatamente ai predetti casi, le imposte estere che difettano del presupposto applicativo dell’articolo 165 del TUIR possono essere considerate componenti negativi deducibili ai fini della determinazione del reddito complessivo in quanto costi inerenti l’attività d’impresa, conformemente alle indicazioni della risalente risoluzione 12 marzo 1979, n. 416.
 
Esiste una convenzione e la ritenuta è contemplata espressamente dalla Convenzione
Come abbiamo già segnalato, può accadere che molti paesi stranieri, soprattutto quelli in via di sviluppo, siano soliti applicare forme di tassazione in uscita sui compensi erogati a soggetti non residenti.
Il punto di partenza è sicuramente costituito dalla normativa locale estera: il primo step, infatti, è quello di valutare se il prelievo sia dovuto in base alla legislazione locale. Generalmente, se il soggetto estero applica una ritenuta in uscita, lo fa in applicazione di una normativa interna; tuttavia, un controllo non è mai fuori luogo.
Il secondo …

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