Verifiche fiscali: i locali separati non sono promiscui. Locali comunicanti con abitazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19811 del 2017, chiarisce, ancora una volta, che l’accesso eseguito da funzionari dell’Amministrazione finanziaria presso un immobile, dove insistono oltre alla sede della società oggetto di verifica anche abitazioni private concesse in comodato d’uso degli stessi locali, non è necessaria l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica.
La decisione assunta dalla CTR, che ha accolto l’appello di parte, avverso la sentenza di rigetto della CTP, secondo i massimi giudici, “si era fondata esclusivamente sul dato formale dell’esistenza del contratto di comodato, laddove, ai fini di verificare se fosse necessaria l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, occorreva invece valutare se, al di là dal dato formale, i medesimi ambienti fossero realmente e contestualmente utilizzati per la vita familiare e l’attività professionale, con la precisazione che tale evenienza, secondo la giurisprudenza di questa suprema Corte, si deve ravvisare non solo nella ipotesi in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e l’attività professionale, ma ogni qual volta l’agevole comunicazione interna consenta il trasferimento di materiale dal locale lavorativo a quello personale (Cass. n. 16570/2011)”.
Nel caso di specie, la sede della società era ubicata in una porzione dell’immobile completamente separata da quella destinata alle abitazioni private, e “ i verificatori non hanno chiesto di accedere, né hanno rilevato prove presso locali adibiti promiscuamente ad abitazione e ufficio, né a quelli destinati ad uso esclusivo di abitazione”.
Brevi note
Come è noto, l’accesso può avere luogo nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali e agricole.
Se per l’accesso presso l’abitazione privata del contribuente (tutelata dall’art. 14 Cost.) è necessaria la previa autorizzazione del Procuratore della Repubblica, e in caso di gravi indizi di violazione delle norme fiscali, conformemente a quanto disciplinato dal comma 2, dell’articolo 52 del D.P.R. n. 633/1972, per l’accesso in locali destinati anche ad abitazione non sono necessari i gravi indizi, essendo l’accesso preordinato ad una ordinaria attività di ispezione fiscale.
Sul punto, la Corte di Cassazione (sentenza n. 19689 del 01.10.2004) ha delimitato i confini normativi fra il comma 1 e il comma 2 dell’articolo 52 del D.P.R. n. 633/72: per l’accesso nei locali adibiti anche ad abitazione, è sufficiente la sola autorizzazione del Procuratore della Repubblica, per l’accesso nei locali esclusivamente adibiti ad abitazione, l’autorizzazione del magistrato deve essere concessa solo in presenza di gravi indizi di violazione delle norme fiscali. Per quanto riguarda i locali adibiti promiscuamente ad abitazione e ad attività commerciali o agricole deve trattarsi di un effettivo uso promiscuo, che si ha quando, negli stessi locali, vi è abitazione e attività d’impresa. In questi casi, si può ritenere, pertanto, che l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica sia un atto dovuto, in quanto se pur rilasciata dopo un attento esame della richiesta, non necessita della presenza di gravi indizi di evasione fiscale ( in senso confermativo Cass. sentenza n. 9611 del 21 marzo 2008, dep. 11 aprile 2008).
Annotiamo una serie di interessanti pronunce della Suprema Corte sul tema.

Con l’ordinanza n. 24178 del 29 novembre 2010 (ud. del 23 settembre 2010) la Corte di Cassazione ha affermato che per l’accesso nei locali destinati all’esercizio di attività commerciali, agricole, artistiche o professionali, ed anche ad abitazione del contribuente, è necessaria l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica (l’uso promiscuo sussiste non solo quando gli ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma anche quando vi è la possibilità di comunicazione interna la quale consente il trasferimento dei documenti …

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