La dichiarazione integrativa non può essere utilizzata per richiedere un credito che doveva essere esposto in dichiarazione a pena di decadenza

Con la sentenza n. 21242 del 13 settembre 2017, la Corte di Cassazione ha affermato che la dichiarazione integrativa non può essere utilizzata per richiedere un credito che doveva essere esposto in dichiarazione a pena di decadenza.
La Corte rileva, nel caso di specie, l’errore in cui sono incorsi i giudici di merito, per aver ritenuto “il credito d’imposta dedotto dal contribuente – ossia quello riconosciuto dall’art. 14, comma 1, t.u.i.r. (nel testo vigente ratione temporis), ‘se alla formazione del reddito complessivo concorrono utili distribuiti in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione dalle società o dagli enti indicati alle lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 87’ – suscettibile di essere fatto valere attraverso dichiarazione integrativa”.
A norma dell’art. 14, c. 5, TUIR (nel testo vigente ratione temporis), “la detrazione del credito di imposta deve essere richiesta, a pena di decadenza, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta in cui gli utili sono stati percepiti e non spetta in caso di omessa presentazione della dichiarazione o di omessa indicazione degli utili nella dichiarazione presentata”.
Al riguardo, viene richiamata la pronuncia a Sezioni unite (sentenza n. 13378 del 30 giugno 2016) secondo cui “il principio della generale e illimitata emendabilità della dichiarazione fiscale incontra il limite delle dichiarazioni destinate a rimanere irretrattabili per il sopravvenire di decadenze, come nell’ipotesi prevista nel d.m. 22 luglio 1998, n. 275, il quale, all’art. 6, stabilisce che il credito di imposta è indicato, a pena di decadenza, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta nel corso del quale il beneficio è concesso (Cass. 19868/2012)”.
E nel caso in questione, trattandosi di decadenza direttamente contemplata dalla disciplina dell’istituto, non può utilmente invocarsi il principio della emendabilità della dichiarazione fiscale, non potendo tale principio consentire il superamento del limite delle dichiarazioni destinate a rimanere irretrattabili per il sopravvenire di decadenze, così come affermato, d’altronde, dalle sezioni unite di questa Corte già nel primo arresto che ebbe a riconoscere l’emendabilità delle dichiarazioni fiscali (Cass. Sez. U. n. 15063 del 2002)”.
Precisa, ancora, la Corte che, ai fini in discorso, nessun rilievo può assumere il principio secondo cui “il contribuente, indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa prevista dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, e dall’istanza di rimborso di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, in sede contenziosa, può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione, incidenti sull’obbligazione tributaria”.
Infatti, detto principio “si riferisce alla facoltà, certamente sempre riconoscibile al contribuente in sede contenziosa, di resistere alla pretesa impositiva contestandone i fatti che ne sono posti a fondamento, non anche alla facoltà di far valere crediti d’imposta per il cui riconoscimento siano previsti termini di decadenza”.
Brevi note
L’art. 14 del TUIR aveva recepito gli artt. 1 e 2 della legge n. 904/97, che avevano introdotto a favore di ciascun socio, che percepisca degli utili societari, in qualsiasi modo distribuiti, un credito d’imposta da portare in detrazione ai fini di evitare la doppia imposizione sull’utile sociale di esercizio e sul dividendo del socio.
La ragione di esistere del riconoscimento del credito d’imposta, come uno degli strumenti per evitare la doppia incidenza erariale sui dividendi nasce “dalla visione di una imposta mero prelievo e dalla considerazione che coloro che muovono le società e gli enti sono quelle stesse persone che poi debbono assolvere l’imposta anche sui dividendi già tassati in capo alla persona giuridica1”.
Infatti, secondo la …

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