Quali sono i requisiti formali per definire se una cessione è intracomunitaria? Le formalità necessarie

La CTR della Toscana, con la sentenza n.1637/9/16 del 27 Settembre 2016, ha chiarito alcuni aspetti in tema di presupposti di legittimità delle operazioni intracomunitarie.
Nel caso di specie la Commissione Tributaria Provinciale di Firenze accoglieva il ricorso presentato dalla società avverso l’avviso di accertamento IVA 2008 emesso dall’Agenzia delle Entrate, riqualificando da cessioni intracomunitarie a transazioni commerciali “nazionali” le vendite di pannelli fotovoltaici intercorse tra le due società contraenti.
La ricorrente non aveva attribuito il codice identificativo IVA ad un acquirente comunitario (società spagnola), come riscontrato a seguito di verifica condotta dall’Ufficio delle Dogane.
La società contribuente eccepiva tuttavia la insussistenza del rilievo, deducendo:
– la onerosità delle transazioni;
– la effettiva movimentazione delle merci dall’Italia alla Spagna;
– la soggettività passiva IVA della cessionaria spagnola, iscritta al Registro Mercantile di Madrid, c e aveva regolarmente compilato i modelli Intrastat, provveduto alle autoliquidazioni IVA e versato all’Erario spagnolo quanto dovuto a titolo di imposta.
Concludeva quindi la ricorrente che ricorrevano tutti gli elementi costitutivi (oggettivi e soggettivi) richiesti dalla normativa ai fini della non imponibilità IVA a suo carico.
Eccepiva altresì la erronea valutazione da parte dell’Ufficio della “forma” (consistente nell’asserita omessa verifica del codice NIF IVA dell’acquirente comunitario) a discapito della sostanza nonché la illegittimità dell’avviso impugnato per violazione del principio di neutralità dell’IVA, secondo il quale una stessa operazione non può essere assoggettata ad una doppia imposizione sia nel paese di origine dei beni che in quello di loro destinazione.
L’Ufficio contestava diversamente che nel caso di specie non poteva ritenersi soddisfatto il requisito soggettivo per la mancata indicazione del codice identificativo dell’acquirente comunitario, necessario per evitare abusi nell’ambito delle transazioni intracomunitarie.
Osservava il Collegio, in linea con gli orientamenti della Corte di Giustizia Europea, che se l’attribuzione di un numero identificativo IVA fornisce la prova dello “status fiscale” di un soggetto passivo ai fini dell’applicazione dell’imposta, ed agevola certamente un controllo tributario delle operazioni intracomunitarie, costituisce purtuttavia un requisito meramente formale che non può mettere in discussione il diritto dall’esenzione dell’IVA qualora ricorrano le condizioni sostanziali di una cessione intracomunitaria.
E nella fattispecie i requisiti necessari e sufficienti per soddisfare tali condizioni erano costituiti e documentati dalla cessione ad un soggetto intracomunitario e dalla effettiva spedizione dall’Italia delle merci oggetto di cessione e dal loro trasferimento in altro stato membro.
E del resto, sottolineava ancora la Commissione Tributaria Regionale, non è posto a carico del cedente nazionale nessun obbligo di attivare un subprocedimento nei confronti dell’Ufficio allo scopo di verificare la veridicità del codice identificativo del cessionario estero.
Infine l’assolvimento dell’IVA nel proprio paese da parte dell’acquirente estero e la richiesta della stessa imposta a carico della società ricorrente, secondo i giudici di prime cure avrebbe determinato una indebita duplicazione della pretesa fiscale, in violazione del principio comunitario della neutralità dell’imposta.
La sentenza veniva quindi appellata dall’Agenzia delle Entrate, la quale eccepiva:

la violazione di legge e la errata interpretazione dei fatti di causa non ricorrendo nel caso di specie le condizioni sostanziali, non legate tanto alla mancata indicazione del numero di identificazione IVA, (requisito formale), quanto alla circostanza che il cessionario della ricorrente non era un soggetto IVA (requisito questo sostanziale); il codice VAT indicato in fattura risultava infatti …

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