Cessione di beni o cessione d'azienda?

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Il disposto di cui al D.P.R. n. 131/1986, art. 20, prevede che l’imposta debba essere applicata in ragione dell’intrinseca natura e degli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione.

Non occorre quindi alcuna contestazione di annullamento del contratto, vertendosi solo in merito al potere di riqualificazione giuridica della fattispecie ad opera dell’Ufficio. L’art. 20 del D.P.R. n. 131/1986 non ha nulla a che vedere né con l’elusione1, né con l’abuso del diritto2. Occorre ricondurre l’art. 20 del D.P.R. n. 131/1986 al proprio alveo naturale, di previsione che legittima l’Amministrazione finanziaria a tassare gli atti sottoposti a registrazione prescindendo dal loro nomen, ed avendo piuttosto riguardo agli effetti giuridici che l’assetto negoziale infine determina.

Si tratta, con ogni evidenza, di una lettura pertinente della volontà legislativa che esprime la necessità di valorizzare, ai fini del tributo in esame, l’assetto reale che con le loro pattuizioni le parti intendevano configurare. Il citato art. 20 ha la funzione di indicare il “criterio” di tassazione, la “modalità” con la quale la (corretta) fattispecie imponibile viene individuata :occorre far riferimento alle ordinarie regole civilistiche in punto di interpretazione dei contratti (l’art. 1362 c.c.) cui, inevitabilmente, l’Ufficio dovrà quindi far ricorso nella propria attività istruttoria e delle quali dovrà dar conto per motivare adeguatamente gli atti impositivi che si determini ad emettere. Tale norma può essere impiegata esclusivamente nella valutazione dell’atto sottoposto a registrazione in senso strettamente “cartolare”, senza esorbitare al di fuori di esso involgendo operazioni civilistiche e commerciali ivi non rappresentate.

L’art. 20 del D.P.R. n. 131/1986, che non è una norma antielusiva, non sconta le garanzie procedimentali (proprio in chiave di preventivo confronto tra Fisco e parte privata) che tipicamente riguardano queste ipotesi e che oggi sono nel nostro ordinamento ribadite nell’assetto definito dall’art. 10-bis della Legge n. 212/20003.

Sui parametri per valutare quando una serie di isolate cessioni di beni possa riqualificarsi, come una cessione di azienda o, ovviamente come ramo di essa

Costituisce cessione di azienda il trasferimento dell’insieme di beni materiali e immateriali che complessivamente costituiscono un’impresa o una sua parte idonea a continuare un’attività economica autonoma (Cass. civ. Sez. V, 10-02-2016, n. 2636).

Le parti possono in realtà dare vita ad una vicenda riconducibile alla previsione di cui all’art. 2555 c.c. La cessione non riguarda solo singoli beni, ma un complesso organizzato di beni idoneo a permettere la prosecuzione dell’identica attività produttiva svolta dalla cedente. Il carattere precipuo dell’azienda, secondo la nozione civilistica nazionale dell’istituto, è dato dall’organizzazione dei beni finalizzata all’esercizio dell’impresa intesa come opera unificatrice dell’imprenditore funzionale alla realizzazione di un rapporto di complementarietà strumentale tra beni destinati alla produzione.

La scelta legislativa di privilegiare, nella contrapposizione fra “la intrinseca natura e gli effetti giuridici” ed “il titolo o la forma apparente” di essi, il primo termine, unitariamente considerato assume un “rilievo di fondo” ed implica che “gli stessi concetti privatistici sull’autonomia negoziale regrediscano a semplici elementi della fattispecie tributaria” per cui, “anche se non potrà prescindersi dall’interpretazione della volontà negoziale secondo i canoni generali…, nella individuazione della materia imponibile dovrà darsi prominenza assoluta alla causa reale sull’assetto cartolare, con conseguente tangibilità, sul piano fiscale, delle forme negoziali”.

Il tema dell’indagine non consiste nell’accertare cosa le parti hanno scritto ma cosa le stesse hanno…

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