Accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento

rateDopo un lungo torpore nel quale ha trovato scarsissima applicazione, la legge 03/2012, integrata e modificata dalla L 221/2012, sulla procedura di sovraindebitamento sembra muovere lentamente i suoi primi passi.

L’indifferenza che aveva accompagnato il suo ingresso nel mondo economico è stato scosso dal D.M. 202/2014, entrato in vigore nel 2015, che ha prescritto i requisiti per la costituzione degli organismi di conciliazione della crisi ovverosia dell’organo attorno cui è stata costruita la normativa volta a dettare regole per il superamento e la composizione delle c.d. crisi minori.

L’organismo della Composizione della Crisi (definito attraverso l’acronimo OCC) è un’articolazione di un ente pubblico che può sorgere da un organismo di conciliazione delle CCIAA, da un ordine professionale di Notai, Avvocati o Dottori commercialisti, o con maggior impegno formativo anche da un ente pubblico territoriale.

La sua spiccata natura pubblicistica lo pone come soggetto indipendente capace di costituire il punto di convergenza delle necessità del debitore di cui è consulente, dei creditori, di cui è garante, e dello stesso giudice del quale è indispensabile collaboratore nella gestione della procedura.

L’OCC oltre a svolgere compiti che nelle procedure c.d. maggiori (concordato e fallimento) sono di appannaggio a figure che si pongono in affiancamento del giudice, viene investito anche di incarichi che sono normalmente svolti in via fiduciaria sulla base di un mandato conferito dal debitore, quali la verifica dei dati attinenti l’attivo e il passivo, l’attestazione della fattibilità del piano, la liquidazione dei beni.

I primi OCC si stanno costituendo presso gli enti preposti alla loro costituzione (l’ordine degli avvocati di Milano sta inaugurando il primo corso di formazione dei gestori della crisi) e la prima formazione dei soggetti deputati a gestire materialmente le crisi feconderà la cultura volta ad appropriarsi di questo strumento di superamento della crisi che si rivolge a tutte le insolvenze che non trovano sbocco nel fallimento e (conseguentemente) nelle altre procedure concorsuali.

Da sempre (e senza dubbio dal 1942 anno a cui risale la legge fallimentare) il legislatore si è occupato solo della crisi dell’impresa, preoccupato degli effetti negativi che la sua contaminazione potesse riflettere sulla salute del mercato che poggia sulla fiducia del credito di cui l’insolvenza costituisce il velenoso avversario.

La storia economica recente che ha assistito ad una delle più gravi e pericolose crisi del sistema economico verificatesi in periodo di pace, ha rivelato l’esistenza di una nuova ed inattesa fragilità che richiedeva l’intervento del legislatore per offrire una tutela inaspettata rivolta allo stesso debitore.

Il soggetto che da sempre è stato additato come il monatto del mercato, da isolare attraverso la creazione di cinture sanitarie che evitassero la contaminazione della lesione del credito, tutt’assieme veniva ad essere indicato come un soggetto da proteggere.

La ragione di questa inversione copernicana nel processo della logica trova origine nella constatazione che la crisi economica globale aveva spazzato via dal mondo emerso dell’economica un gran numero di soggetti che, se reintrodotti, sarebbero stati capaci di aiutare l’economia stessa favorendo il vantaggio sociale.

A ciò si aggiunga che per la prima volta nella storia, l’insolvenza ha investito soggetti che non svolgevano attività compatibili con il rischio di sovraindebitamento in quanto conducevano una vita o assolutamente lontana dal rischio d’impresa o con un accostamento molto moderato traendo profitto dalle attività liberali o di lavoro autonomo.

Pensiamo al professionista, alla piccola impresa artigiana, al semplice consumatore, soggetti schiacciati dalla crisi e dunque incolpevolmente caduti nel fenomeno dell’insolvenza senza alcuna diretta responsabilità se non quella di aver…

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