Il sequestro preventivo di beni fondato su un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza

La Corte di Cassazione (con la sentenza n. 23368 del 7 giugno 2016) ha esplicitato interessanti principi di diritto concernenti la natura del processo verbale di constatazione, redatto al termine di attività di verifica fiscale dalla Guardia di Finanza, nonché l’incidenza degli elementi ivi contenuti nel procedimento di valutazione volto ad adottare misure cautelari patrimoniali, quale il sequestro preventivo, nel corso delle connesse indagini preliminari.
In particolare, la Suprema Corte si è soffermata sulla possibilità di fondare il provvedimento di sequestro preventivo di beni ai sensi del combinato disposto dell’art. 321 c.p.p. e dell’art. 12-bis del D.Lgs. n. 74/2000 nel caso in cui gli elementi sui quali si fonda l’ipotesi accusatoria per una delle fattispecie illecite penal-tributarie siano derivanti da un processo verbale di constatazione redatto in violazione dell’art. 220 delle norme di attuazione del c.p.p..
In merito, occorre preliminarmente richiamare l’attuale assetto normativo in ragione del quale (fermo restando quanto previsto dagli artt. 24 della Legge 7 gennaio 1929, n. 41, 52 del D.P.R. n. 633/1972 e 33 del D.P.R. n. 600/19732) il processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, essendo diretto ad accertare o riferire violazioni a norme di leggi finanziarie o tributarie, costituisce atto irripetibile (ex articolo 234 c.p.p.) e può, quindi, essere inserito nel fascicolo per il dibattimento, sempreché siano state rispettate le prescrizione previste dal c.p.p.3.
Infatti, il richiamato art. 220 delle disposizioni di attuazione prevede che quando nel corso di attività ispettive o di vigilanza previste da leggi o decreti emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale sono compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice.
Ne consegue, come già evidenziato, che ove emergano indizi di reità durante la verifica fiscale, occorre procedere secondo le modalità prescritte dall’art. 220 disp. att. c.p.p.; in caso contrario la parte del documento redatta successivamente a detta emersione non può assumere efficacia probatoria e, quindi, non è utilizzabile nel procedimento penale.
Sul punto, si richiama la sentenza 10 febbraio 2010 n. 15372 con la quale la Corte di Cassazione ha ribadito che “il verbale di constatazione della Guardia di Finanza costituisce un atto amministrativo extraprocessuale, come tale acquisibile e utilizzabile per provare la sussistenza dei reati tributari ex art. 234 c.p.p.; ma qualora emergano indizi di reato, il verbale diventa inutilizzabile nella parte redatta successivamente a tale emersione se non si procede secondo le modalità di cui all’art. 220 disp. att. c.p.p. (Cass. sez. 3, 18 novembre 2008-18 febbraio 2009 n. 6881; Cass. sez. 3, 1 aprile 1998 n. 7820; Cass. sez. 3, 21 gennaio 1997 n. 1969), norma la cui osservanza, nell’ambito di attività ispettive o di vigilanza, è prevista per assicurare le fonti di prova in presenza appunto di indizi di reato ed è presidiata dalla inutilizzabilità”.
Ciò premesso (chiarito il principio di inutilizzabilità nel procedimento penale degli elementi acquisiti nel corso di attività ispettiva fiscale amministrativa senza l’osservanza delle norme del codice di rito) occorre soffermarsi sull’applicabilità o meno del sequestro preventivo di beni ed utilità di valore corrispondente a quello frutto della presunta attività illecita tributaria, qualora gli indizi di reità emergano dal processo verbale di constatazione redatto in violazione del menzionato art.220.
A tal riguardo, la Corte di Cassazione (con la sentenza n. 23368) afferma che il sequestro preventivo di beni, in relazione al reato di dichiarazione infedele, può fondarsi anche sui dati trasfusi nel processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza in violazione dell’articolo 220; l’…

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