In caso di mancata autotutela l'atto definitivo resta definitivo, non impugnabile

Oggetto di esame della sentenza n. 13757 del 6 luglio 2016, della Corte di Cassazione, è il provvedimento dell’Ufficio, reso in autotutela sull’istanza di annullamento dell’avviso di accertamento e della conseguenziale cartella di pagamento (gli atti originari non sono stati impugnati e sono pertanto divenuti definitivi, ancor prima della emissione del provvedimento – reso in autotutela dell’Amministrazione – di annullamento parziale degli stessi).
La Corte dà continuità al principio affermato dalle SS.UU. (sent.n. 3698 del 16/02/2009, seguito da Cass. n. 7511 del 2016) secondo il quale «in tema di contenzioso tributario, l’atto con il quale l’Amministrazione manifesti il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo, non rientra nella previsione di cui all’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e non è quindi impugnabile, sia per la discrezionalità da cui l’attività di autotutela è connotata in questo caso, sia perché, altrimenti, si darebbe ingresso ad una inammissibile controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo».
“Non ignora questo Collegio che una sentenza successiva ha ritenuto impugnabile l’annullamento parziale, adottato nell’esercizio del potere di autotutela, di un avviso impositivo già definitivo, trattandosi di un atto contenente la manifestazione di una compiuta e definitiva pretesa tributaria (Cass. n. 14243 del 08/07/2015). Ma appare, di contro, dirimente il rilievo che, se si tratta di annullamento parziale o comunque di provvedimento di autotutela di portata riduttiva rispetto alla pretesa impositiva contenuta negli atti divenuti definitivi, esso non può comportare alcuna effettiva innovazione lesiva degli interessi del contribuente rispetto al quadro a lui già noto e consolidatosi in ragione della mancata tempestiva impugnazione del precedente accertamento, per converso potendo e dovendo ammettersi una autonoma impugnabilità del nuovo atto, se di portata ampliativa rispetto all’originaria pretesa (Cass. n. 7511 del 2016, cit)”.
Breve nota
Il fine dell’autotutela è quello di realizzare l’interesse pubblico e non quello di attribuire al contribuente un ulteriore mezzo di difesa, oltre a quelli già previsti dall’ordinamento, così da determinare una doppia tutela giurisdizionale ovvero di scardinare il sistema delle decadenze.
Il provvedimento di annullamento in autotutela, dunque, costituisce manifestazione della discrezionalità dell’Amministrazione Finanziaria nel senso che essa non è obbligata a ritirare gli atti illegittimi o inopportuni in quanto tali, ma deve valutare, di volta in volta, se esista un interesse pubblico alla loro eliminazione diverso dal semplice ristabilimento della legalità violata.
Nell’esercizio del potere di riesame, il Fisco dovrà agire non solo del rispetto dei principi costituzionali di buon andamento (incluse le ragioni di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa) ed imparzialità della Pubblica Amministrazione, ma anche nel rispetto dei principi di eguaglianza e di capacità contributiva (artt. 3 e 53 Cost.), verificando la corretta applicazione della norma tributaria e garantendo che il contribuente sia sottoposto ad una “giusta tassazione”.
Il potere di autotutela non è implicito nell’azione dell’Amministrazione Finanziaria, per natura vincolata, ma esprime un potere discrezionale da esercitarsi, previo apprezzamento dell’interesse pubblico all’annullamento.
L’Amministrazione Finanziaria che deve decidere sull’annullamento, quindi, non potrà trascurare di valutare oltre all’illegittimità dell’atto, l’opportunità di rimuoverlo in quanto esso, esplicando ancora la sua efficacia, produce effetti che nel tempo si sono possibilmente consolidati, coinvolgendo sia i destinatari dello stesso che eventuali contro interessati.
E’ indubbio che l’istituto dell’autotutela non rappresenta un obbligo, ma pur sempre una potestà dell…

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