Gli atti assunti in sede penale possono giocare in sede tributaria: le dichiarazioni di terzi rese ai verificatori

in questo articolo ritorniamo ad affrontare la questione relativa al valore da attribuire alle dichiarazioni di terzi nel processo tributario, soprattutto se emergenti in fase di collegato processo penale: si tratta di casistiche processuali complesse, da valutare con estrema attenzione

toto-carcere-immagineCon la sentenza n. 20961 del 16 ottobre 2015 (ud. 4 maggio 2015) la Corte di Cassazione ritorna ad affrontare la questione relativa al valore da attribuire alle dichiarazioni di terzi.

La sentenza

La Corte, dopo aver affermato che non corrisponde al vero che i giudici di secondo grado si siano limitati ad accogliere l’appello della contribuente “sulla scorta delle risultanze testimoniali emerse in sede di dibattimento penale“, avendo essi non solo indicato gli ulteriori elementi di fatto sui quali si è basata la decisione (rispetto ai quali il giudicato penale ha rappresentato una sorta di “riprova“), ma anche fatto espresso riferimento al potere del giudice tributario di valutare autonomamente i fatti storicamente accertati in sede penale, hanno ribadito che “nel giudizio tributario non opera automaticamente l’efficacia vincolante del giudicato penale ai sensi dell’art. 654 c.p.c., poichè in esso, per un verso, vigono specifiche limitazioni probatorie e, per altro verso, trovano accesso anche le presunzioni, inidonee invece a supportare una pronuncia penale di condanna. Di conseguenza, la decisione penale può costituire in quella sede un semplice indizio, o elemento di prova critica, in ordine ai fatti ivi accertati, sulla base delle prove raccolte nel relativo giudizio (Cass. n. 4924 del 2013)”.

Resta fermo che la disposizione dell’art.7, del D.Lgs. n. 546 del 1992 (per cui nel processo tributario “non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale“), “è diretta a circoscrivere i poteri delle commissioni tributarie, piuttosto che degli organi amministrativi di verifica (altrove disciplinati) e vale quindi ad escludere solo la possibilità di una diretta assunzione della testimonianza di terzi nel corso del giudizio tributario – con quella valenza probatoria tipica, connessa al rispetto di determinate formalità processuali – non anche l’eventualità che dichiarazioni di terzi siano raccolte dai verificatori o, a maggior ragione, assunte nell’ambito del processo penale (Cass. n. 6953 del 2015); fermo restando che, in tal caso, dette dichiarazioni non assurgono a valore di prova piena ed autonoma, ma restano pienamente utilizzabili quali semplici elementi di prova (Cass. n. 20032 del 2011, n. 21812 del 2012)”.

In particolare, osserva la Corte, “ove si tratti – come nel caso di specie – di atti ritualmente assunti in sede penale ed acquisiti dall’amministrazione finanziaria, essi possono entrare a far parte, a pieno titolo, del materiale probatorio sottoposto alla valutazione di merito del giudice tributario, così come previsto, tra l’altro, dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 63 (Cass. n. 2916 del 2013). Del resto, in base al principio del giusto processo e della parità di armi processuali tra le parti, a tale possibilità corrisponde, specularmente, la facoltà del contribuente di avvalersi di analoghi mezzi conoscitivi da riversare nel processo (Corte cost. n. 109 del 2007). Senza poi considerare che, come tutti gli elementi indiziari, le dichiarazioni rese in sede penale, se ritenute attendibili, possono anche assumere efficacia decisiva nel processo tributario, a prescindere dall’esistenza di specifici riscontri documentali, restando affidata al giudice tributario la valutazione complessiva dei vari elementi di prova disponibili (Cass. n. 8772 del 2008)”.

La questione

Nel processo tributario, le dichiarazioni di terzi (acquisite dalla polizia tributaria o da funzionari accertatori dell’Ufficio nel corso di un’ispezione e trasfuse nel processo verbale di constatazione, che a sua volta viene recepito nell’avviso di accertamento) hanno, in via di principio, un valore meramente indiziario, concorrendo a formare il convincimento del giudice, qualora confortate e/o supportate da altri elementi di prova. Resta fermo che tali dichiarazioni, quando abbiano valore confessorio, possono integrare una prova presuntiva, ai sensi dell’art. 2729 c.c., idonea da sola ad essere posta a fondamento e motivazione…

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