Falsa dichiarazione d’intento: attenzione alle conseguenze!

di Giovambattista Palumbo

Pubblicato il 18 aprile 2016

la consapevolezza, da parte del soggetto che opera una cessione di beni, della falsità della 'dichiarazione d'intento' emessa da persona dichiaratasi esportatore abituale comporta l'assoggettamento ad IVA dell'operazione con imposta che grava sul cedente

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22590 del 04.11.2015, ha stabilito importanti principi in tema di conseguenze accertative in caso di false dichiarazioni di intento.

La Commissione Tributaria Regionale della Liguria, nel caso di specie, aveva disatteso il ricorso proposto avverso l'avviso di accertamento, relativo alla ripresa a tassazione di IVA per l'anno 2008, sul presupposto che la contribuente aveva emesso nei confronti di alcune società "cartiere" fatture soggettivamente inesistenti, attestanti la vendita di autoveicoli.

Il contribuente ricorreva allora in Cassazione e deduceva la violazione dell'art. 8 lett. c DPR n.633/72 e dell'art. 2 D.L. n.746/83, in relazione all'art.360 c.1 n.3 c.p.c..

La Commissione Tributaria Regionale, secondo il ricorrente, non aveva infatti considerato che la non imponibilità ai fini IVA delle cessioni all'esportazione, o operazioni intracomunitarie, di autovetture dalla stessa poste in essere si giustificava per il solo fatto che il cessionario avesse rilasciato, per ciascuna vettura acquistata, una lettera di intenti regolarmente trasmessa all'Agenzia delle entrate.

Il contribuente lamentava poi il fatto che la CTR avesse omesso di esaminare la questione relativa all'effettiva destinazione delle auto a terzi rimasti ignoti e del luogo di cessione.

I giudici di legittimità ritenevano tuttavia infondate le censure, affermando che la sentenza impugnata aveva analiticamente dato conto degli elementi che giustificavano l'indebita omessa fatturazione dell'IVA, a nulla rilevando, rispetto alla decisione, l'individuazione dei clienti finali o la loro compart