Emissione di fatture per operazioni inesistenti: spetta al contribuente smentire le presunzioni dell’ufficio

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 20 novembre 2015

se il fisco dimostra la falsità di una fattura passa sul contribuente l'onere di dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate, ma siffatta prova non può consistere nella semplice esibizione della fattura o nella sola dimostrazione della regolarità formale delle scritture contabili e dei mezzi di pagamento
 

 La sentenza n. 18932 del 24 settembre 2015 (ud. 28 aprile 2015) della Corte di Cassazione torna ad affrontare, ancora una volta, la problematica delle operazioni cartolari.

 

Il fatto

L'Agenzia delle entrate emetteva una serie di atti impositivi nei confronti di una società, a seguito di processo verbale di constatazione redatto dalla G.d.F., col quale era stato evidenziato dai verbalizzanti un sistema fraudolento di emissione di fatture per operazioni inesistenti a fronte di una commercializzazione cartolare di "software gestionali", sulla base di controlli incrociati con ditte e società facenti capo ad gruppo societario, a cui apparteneva la società sottoposta controllo e con le quali aveva intrattenuto rapporti commerciali.

 Il ricorso veniva rigettato dalla Commissione Tributaria Provinciale mentre l'appello proposto veniva accolto dalla Commissione Tributaria Regionale.

 

La sentenza

 In apertura la Corte, richiamando, la sentenza n. 23550/2014, ha confermato che, “in tema d'imposte sui redditi, è legittimo il ricorso all'accertamento analitico-induttivo del reddito d'impresa, ex art. 39, comma 1, lett.d), del D.P.R. n. 600 del 1973, 'anche in presenza di una contabilità formalmente corretta ma complessivamente inattendibile, potendosi, in tale ipotesi, evincere l'esistenza di maggiori ricavi o minori costi in base a presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti, con conseguente spostamento dell'onere della prova a carico del contribuente, per il cui assolvimento, in caso di operazioni oggettivamente inesistenti, da cui il fisco ha dedotto l'inesistenza delle passività dichiarate, non è sufficiente nè la regolare annotazione delle fatture nelle scritture contabili nè l'effettività delle spese, le quali difettano del requisito dell'inerenza all'attività imprenditoriale, in quanto, derivando da un illecito penale, sono espressive di finalità ulteriori e diverse da quelle proprie dell'impresa”.

 

Nello specifico delle fatture emesse per operazioni oggettivamente inesistenti, mera espressione cartolare di operazioni commerciali mai poste in essere da alcuno, ha confermato che, “nel caso in cui l'Ufficio ritenga che la fattura concerna operazioni oggettivamente inesistenti, e quindi contesti l'indebita detrazione dell'IVA e/o la deduzione dei costi, ha l'onere di fornire elementi probatori del fatto che l'operazione fatturata non è stata effettuata (ad esempio, provando che la società emittente la fattura è una 'cartiera') e a quel punto passerà sul contribuente l'onere di dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate e che tale prova l'Amministrazione la può fornire anche mediante presunzioni semplici (Cass. n. 25775/2014), mentre, in presenza di siffatta prova, spetta al contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo altrimenti indeducibili, ma quest'ultima prova 'non potrà consistere ... nella esibizione della fattura, nè nella sola dimostrazione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, i quali vengono normalmente utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un'operazione fittizia (tra le altre, Cass. nn. 15228/2001, 12802/2011, 11155/2014, 428/2015)'”.

 

Quanto alla indetraibilità dell'IVA, in presenza di operazioni inesistenti, viene ribadito che "In tema di I.V.A., il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 21, comma 7, ai sensi del quale, se vengono emesse fatture per operazioni inesistenti, l'imposta stessa è dovuta per l'intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura, va interpretato nel senso che il corrispondente tributo viene considerato 'fuori conto' e la relativa obbligazione 'isolata' da quella risultante dalla massa di operazioni effettuate, senza che possa operare, per tale fatto, il meccanismo di compensazione, tra I.V.A. 'a valle' ed I.V.A. 'a monte', che presiede alla detrazione d'imposta di cui all'art. 19 del D.P.R. citato, e ciò anche in considerazione della rilevanza penale della condotta consistente nell'emissione di fatture per operazioni inesistenti (Cass. n. 1565/2014)”.

 

Nel caso di specie, nonostante la Amministrazione avesse illustrato e fornito una serie di vali elementi di prova presuntiva “circa l'inserimento della società in un gruppo di società che operava in modo circolare attraverso una enorme quantità di operazioni di compravendita che intercorrevano tra le stesse società del gruppo e che erano risultate nella maggioranza dei casi fittizie, circostanza che peraltro non risulta contestata dalla società verificata, la CTR non li ha adeguatamente valutati, ha trascurato la ricorrenza della susseguente inversione dell'onere della prova e, non facendo applicazione dei principi di diritto anzidetti, ha basato la sua decisione, in merito alla effettiva esistenza delle operazioni, sulla regolare tenuta della contabilità e sulla considerazione che se le operazioni fossero state inesistenti allora la stessa società non avrebbe avuto ragione di esistere, circostanze e mere ipotesi allegate dalla ricorrente in giudizio, la quale, lungi dal dimostrare la effettività delle operazioni, come sarebbe stato suo onere a fronte della molteplicità di indizi forniti dall'Ufficio, aveva semplicemente afferma