Il compenso del curatore deve essere proporzionato all’importanza del fallimento

Il compenso al curatore di un fallimento deve essere calcolato su alcuni elementi tra i quali devono essere annoverati l’importanza del fallimento, l’opera prestata, i risultati ottenuti e le sollecitudine con cui le operazioni sono state effettuate; la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20111 del 7 ottobre 2015, ha accolto il ricorso di un professionista che si era lamentato del compenso esiguo (€ 516,46) ottenuto come curatore fallimentare di un’azienda, da parte del Tribunale.

Il compenso del curatore fallimentare

Occorre evidenziare che, ai sensi dell’art. 39, L.F., l’incarico di curatore dà diritto ad un compenso ed al rimborso delle spese sostenute. A tal fine l’organo della procedura concorsuale è tenuto a depositare presso la cancelleria del giudice delegato apposita istanza indirizzata al Tribunale fallimentare. Ricevuta la richiesta, il Tribunale deve acquisire la relazione del giudice delegato che esprime, anche oralmente, il suo parere circa l’impegno del curatore ed i risultati ottenuti, al fine di fornire tutti gli elementi utili per la determinazione della misura del compenso da liquidare. La liquidazione delle spese e del compenso è resa quindi dal Tribunale (anche se il fallimento si chiude con concordato) con decreto adeguatamente motivato a pena di nullità, ovvero, secondo quanto afferma la migliore giurisprudenza, connotato dalla specifica indicazione dei criteri seguiti in riferimento al caso concreto. Il provvedimento del Tribunale fallimentare non è soggetto a reclamo alla Corte d’Appello ma è impugnabile con ricorso straordinario per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., rivestendo i caratteri della decisorietà e della definitività. Il ricorso può essere proposto sia dal curatore istante, sia dal fallito, al fine di dedurre le violazioni in cui il Tribunale sia incorso: il termine per impugnare è di sessanta giorni, ai sensi dell’art. 325, c. 2, c.p.c., e decorre dalla data di comunicazione del provvedimento fatta dalla cancelleria alla parte ricorrente.

La liquidazione del compenso, secondo quanto recita testualmente il comma 2, dell’articolo 39, L.F. “è fatta dopo l’approvazione del rendiconto”. La norma è, dunque, chiara nell’affermare che la liquidazione del compenso deve avvenire al momento della chiusura del fallimento, dopo l’approvazione del rendiconto, posto che, evidentemente, è solo in questa fase temporale che è possibile valutare adeguatamente l’importanza e l’efficacia di tutta l’attività svolta dall’organo della procedura.

Secondo l’orientamento della dottrina dominante, con la locuzione “attivo realizzato” si deve ricomprendere non solo il ricavato delle operazioni di liquidazione, ma anche il valore dei beni inventariati, dei crediti e degli incassi conseguiti dal curatore durante la sua gestione.

Una particolare ipotesi, disciplinata dall’art. 2, del D.M. 570/92, e oggetto di numerose pronunce della Cassazione, riguarda l’evenienza in cui in uno stesso fallimento si avvicendino più curatori. L’orientamento dominante prevede che nel caso in cui più curatori si succedano nell’ambito di una medesima procedura il compenso sarà determinato una sola volta e sarà pari a quello complessivamente dovuto, ripartito tra i diversi soggetti in considerazione dell’attività svolta, in relazione anche ai parametri e ai criteri indicati dall’art. 1, del citato D.M. 572/1992.

Questo comporta che nel caso in cui il compenso sia già stato liquidato al curatore precedente, sarà possibile per il successivo chiedere una modifica della precedente liquidazione.

Il provvedimento, infatti, non può avere i caratteri della definitività e immodificabilità sino alla chiusura del fallimento stesso.

Sempre in tema di criteri relativi alla liquidazione del compenso, il provvedimento con il quale viene liquidato l’effettivo ammontare, deve essere congruamente motivato. Il giudice, infatti, deve sempre indicare i parametri…

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