Il concetto di attività economica soggetta ad IVA ed i proventi da attività illecite

 
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9944 del 15 maggio 2015, ha stabilito che solo le attività aventi carattere economico sono soggette ad Iva, tali dovendo considerarsi quelle che presentino un carattere stabile e siano svolte a fronte di un corrispettivo percepito dall’autore delle prestazioni (cfr. Corte giust. 29 ottobre 2009, in causa C-246/08, p. 34 e Corte giust. 21 febbraio 2006, in causa C-223/03, p. 47).
Di conseguenza, l’equiparazione delle prestazioni a titolo gratuito, se non inerenti all’attività d’impresa, alle prestazioni di servizi imponibili, risponde alla finalità di garantire la parità di trattamento tra il soggetto passivo che prelevi un bene o che fornisca servizi per proprie esigenze private ed il consumatore finale che si procuri un bene o un servizio dello stesso tipo. In altri termini, il soggetto passivo che abbia potuto detrarre l’Iva sull’acquisto di un bene destinato alla propria impresa e lo prelevi per le proprie esigenze private viene equiparato nel trattamento al consumatore finale, e deve quindi pagare l’Iva (Corte giust. 11 dicembre 2008, in causa C-371/07, Danfoss, p. 47). Una volta che sia invece esclusa siffatta equiparazione, e con essa la stessa natura di operazione imponibile (come ha fatto, nel caso di specie, il giudice d’appello) le operazioni implicate non sono nemmeno suscettibili di regolarizzazione (Cass. n. 5972 del 2014).
La sentenza rappresenta anche l’occasione per interrogarsi in ordine alla possibilità di assoggettare a tale imposta anche i proventi da attività illecita. E se in particolare possano rientrare nella definizione di attività economiche soggette ad Iva anche quelle illecite.
La stessa Cassazione ha già infatti stabilito in passato che le attività illecite sono soggette, oltre che alle imposte sui redditi, anche all’Iva. Anche considerato che l’attività illecita deve essere soggetta all’Iva in base ai principi dell’ordinamento comunitario. Ciò che conta, come appunto ribadito nella recente sentenza, è che l’attività sia economica.
 
La Sentenza n. 24471 del 17 novembre 2006 ha per esempio stabilito che è manifestamente fondata e giustifica l’accoglimento del ricorso dell’Amministrazione l’affermazione secondo cui, in forza dell’art. 14, comma 4, della L. 24 dicembre 1993, n. 537, le attività illecite sono soggette, oltre che alle imposte sui redditi, anche all’Iva.
Secondo la Corte Suprema infatti, in base ai principi dell’ordinamento comunitario, a cui l’Italia non può sottrarsi, se vi è concorrenza tra attività svolte lecitamente ed illecitamente, non vi è distinzione tra operazioni lecite ed illecite vedi Corte di giustizia della Comunità europea, causa C-283/95 dell’11 giugno 1998).
Analoghe considerazioni sono desumibili inoltre dalla sentenza n. 3550 del 12 marzo 2002 della Corte di Cassazione, secondo cui “sono assoggettabili anche ad Iva, in forza del principio stabilito dall’art. 14, comma 4 della L. 24 dicembre 1993, n. 537, i proventi derivanti da attività illecita”.
Continua la Corte inoltre stabilendo che “l’affermazione di principio secondo la quale i proventi provenienti da attività illecita non sarebbero assoggettabili ad imposta è manifestamente errata. Essa contrasta con il preciso disposto dell’art. 14, comma 4, della L. 24 dicembre 1993, n. 537, secondo il quale “i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo”, devono intendersi ricompresi nelle categorie di reddito di cui all’art. 6 del Tuir. Anche se la norma è riferita alla disciplina delle imposte sul reddito, è inequivocabilmente una norma di principio, in forza della quale non si può eccepire la esenzione tributaria per i proventi derivanti da attività illecite”, anche …

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