Alla scoperta della Finanza Islamica, tra dogmi e globalizzazione


In un’epoca in cui politiche e strategie monetarie rivestono un ruolo chiave nel processo di sviluppo socio-economico, spesso prevalgono le logiche speculative di mercato e la parola “BANCA”, nel linguaggio comune, assume connotati sempre meno lusinghieri. Tra timori e incertezze, aprire un conto corrente o fare qualsiasi altra operazione finanziaria significa in primis pagare interessi e spese di commissione.

Eppure, come conseguenza più o meno lontana della rivelazione coranica esiste un’industria bancaria e finanziaria di origine islamica retta da sani princìpi etici e morali, per la quale anche Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha avuto parole di apprezzamento, spiegando che “presenta vari vantaggi, soprattutto perché condanna la speculazione”.

Certo, si tratta ancora di un sistema in piena fase di rodaggio nel mondo industrializzato di oggi perché deve adattarsi alla complessa regolamentazione internazionale, ma la finanza islamica è considerata dagli esperti il settore della finanza globale più dinamico e costituisce un modello alternativo capace di proporre idee innovative.

Attiva in oltre 70 Paesi, con beni per oltre 500 miliardi di dollari e 1 miliardo di clienti pronti a debuttare nel mondo finanziario, è accessibile a tutte le confessioni religiose e ha conquistato anche la Germania, dove poche settimane fa è nata la più importante banca islamica di proprietà turca.

Questo sistema si basa essenzialmente sul rispetto delle più importanti fonti della religione islamica, ossia il Corano quale libro sacro e immodificabile, la Sunna (insieme degli insegnamenti di Maometto tramandati nei secoli) e l’Ijtihad, ovvero lo sforzo interpretativo dei sapienti per trovare soluzioni ai problemi quotidiani della società.

La finanza islamica si basa su assenza di interessi e condivisione di profitti e perdite

Cinque sono i cardini del metodo finanziario islamico: il divieto di ottenere interessi su prestiti, la condivisione di profitti e perdite, la proibizione di incertezza e speculazione, l’obbligo di appoggiarsi su un attivo tangibile ed infine il divieto di finanziare alcune attività immorali, come gioco d’azzardo, alcol, tabacco e induzione alla prostituzione.

I primi due aspetti sono quelli che meglio si ispirano alla vita di Maometto, attivo come mercante e noto per aver fatto spedizioni commerciali con una equa allocazione delle risorse a livello sociale. La finanza islamica, infatti,prevede l’assenza di sistemi usurari e che ogni remunerazione del prestatore avvenga in relazione ai risultati del progetto finanziato, secondo l’equa condivisione del rischio finanziario tra chi eroga i fondi e chi li utilizza.

E’ inoltre immorale qualsiasi interesse legato a operazioni speculative: sono perciò messi al bando ad esempio i contratti assicurativi moderni e i prodotti derivati.

L’esistenza di un attivo reale significa che il denaro non è visto come oggetto di scambio ma piuttosto unità di conto e strumento collegato ad un’altra risorsa (il lavoro) necessaria per intraprendere un’attività d’impresa.

L’ultimo aspetto pone l’accento sugli investimenti socialmente responsabili, ponendo l’obbligo di utilizzare i soldi presi in prestito per attività lecite, consentite dalla condotta morale islamica.

E’ nel post-colonialismo che questo sistema si diffonde e diventa materia di studio

Il sistema bancario dell’Islam nasce nel VII secolo d.C. sulla base del testo sacro del Corano e sulle parole tramandate dal profeta Maometto. Tuttavia prende piede a inizio Novecento, quando intellettuali vedono in un modello ispirato alle leggi della Sharia la soluzione per rispondere ai bisogni della loro comunità, in costante ascesa ma ancora soggiogata ai rigidi dettami del mondo occidentale.

La svolta epocale si ebbe con la fine del colonialismo negli anni Cinquanta nelle principali terre asiatiche e africane a maggioranza islamica: il conseguente boom del petrolio alimenta un sistema alternativo e così nascono molte istituzioni finanziarie islamiche.

E’ del 2000 la costituzione del primo indice islamico, denominato Dow Jones Islamic Markets Index, che testimonia l’ingresso della finanza islamica nello scenario finanziario globalizato, al punto da costituirsi l’Associazione Internazionale delle Banche Islamiche quale nuovo ente che unisce le realtà finanziarie ispirate a Maometto.

Strumenti e contratti finanziari

Contrarre un mutuo nelle banche islamiche è più semplice, per un maggior rapporto di fiducia e collaborazione”

Sono numerosi gli aspetti finanziari che distinguono il sistema islamico da quello convenzionale applicato nelle principali potenze mondiali, frutto di ampi principi adattabili ai dogmi del Corano.

Ad esempio, se in Italia la possibilità di poter contrarre un mutuo resta un sogno per milioni di italiani, a causa delle numerose garanzie richieste, nei paesi islamici la situazione è ben diversa grazie a uno strumento chiamato murabaha.

Si tratta di un contratto di vendita dove la banca acquista un immobile esistente sostituendosi al cliente finale per poi rivenderglielo aggiungendo un margine di utiledefinito ‘mark-up’. L’aspetto più interessante riguarda il rapporto fiduciario che sorge tra le parti, basato su trasparenza e chiarezza informativa.

Esistono poi strumenti partecipativi, paragonabili solo in parte ai nostri venture capital, finalizzati ad apportare capitali di rischio per finanziare un’attività di impresa: il mudaraba e il musharaka.

Il primo attiva uno scambio di risorse, con la banca che apporta capitale e l’imprenditore il proprio know how: a fine contratto, una volta che l’istituto di credito recupera le somme stanziate e il cliente salda le spese sostenute, l’utile è ripartito secondo modalità prefissate. Invece eventuali perdite gravano solo sulla banca, salvo la sussistenza di responsabilità oggettive direttamente imputabili all’imprenditore. E’ assimilabile alla forma giuridica occidentale dell’accomandita, con la banca che riveste il ruolo di socio accomandatario.

Il musharaka vede come protagonisti due o più individui, che finanziano un’idea innovativa condividendo profitti e perdite, in relazione di accordi ex ante. Le perdite sono però rinviate agli esercizi successivi in modo da essere ripianate con i futuri utili maturati. Esso si avvicina alle joint venture, dove però la partecipazione ai guadagni è stabilita in base al capitale investito.

Infine la finanza islamica definisce anche strumenti di beneficienza, secondo il precetto del Corano di aiutarsi l’un l’altro per favorire il benessere generale (come stabilisce il versetto 177).

Tra i più essenziali, si menzionano la Zakat (imposta obbligatoria, pari al 2,5% sul patrimonio non produttivo) e lo Waqf, che rende inalienabili gli immobili donati da soggetti privati a fondazioni e enti no profit.

Garanzie e rischi

Per il ruolo svolto, gli istituti di credito islamici devono essere particolarmente cauti nel concedere finanziamenti.

E’ vero che la Sharia prevede l’obbligo religioso di adempiere al rimborso dei debiti contratti, non è solo una questione temporale. D’altra parte, chi presta una somma si assume il rischio che questa possa non venire rimborsata per motivi indipendenti dalla volontà del debitore e allora, sempre per motivi religiosi, dovrà essere solidale con lui.

Un compito importantissimo in tal senso è attribuito allo Shariah Supervisory Board, organo di vigilanza eletto dagli azionisti e formato da esperti finanziari, che deve osservare il rispetto dei principi sharaitici dell’ente bancario in tutti gli aspetti che riguardano la sua attività, a partire dai prodotti e dai servizi finanziari, fino all’organigramma e alle comunicazioni divulgative.

Circa i rischi, la banca islamica è legata ai comuni pericoli legati a tutto il sistema mondiale, ma ne ha alcuni peculiari.

I rischi sono comuni a quelli delle banche occidentali, ma ne ha alcuni propri come illiquidità, tasso di cambio e credo religioso

E’ maggiormente esposta alle minacce di credito per ritardi o difetti di pagamento nonchè a quelle di illiquidità (a causa dello sfasamento tra impieghi e risorse) e del tasso di cambio, poichè i contratti vengono prevalentemente stipulati in valuta estera.

I rischi specifici, come spiegato da Kaouther Jouaber-Snoussi nel libro “La finanza islamica”, sono attribuibili soprattutto al contesto di riferimento, in quanto si valuta il sistema secondo modelli stereotipati e mancano indici islamici di riferimento, e al credo religioso, essendovi un ampio spazio interpretativo che potrebbe generare perdità di credibilità nelle scelte strategiche finanziarie.

Come indirizzo generale, gli istituti di credito devono essere attenti nel verificare che il capitale erogato ai clienti musulmani non fugga nei paesi d’origine, ma sia investito in loco nei settori produttivi in cui essi operano.

In generale, comunque, la finanza islamica è meno esposta a rischi di default perché manca l’aspetto speculativo su attività non tangibili e perchè vieta espressamente vendite allo scoperto e operazioni sui derivati.

Contesto italiano

Se in Gran Bretagna, dove è nata la prima banca islamica oltre dieci anni fa, in Francia e Germania parlare di queste realtà è all’ordine del giorno, in Italia, nonostante ci siano quasi due milioni di musulmani, siamo ancora lontani. Tuttavia “c’è un interesse consolidato, soprattutto da parte della Banca d’Italia e della Consob”, spiega in un’intervista esclusiva Mansur Giuseppe Baudo, responsabile relazioni esterne Coreis (Comunità Religiosa Islamica) di Milano, “perché si intravede la possibilità di attrarre fondi internazionali del mondo arabo e contemporaneamente dar vita a strumenti finanziari congeniali all’integrazione economica della popolazione immigrata”.

Dagli aspetti tipici della finanza islamica, come non liceità della speculazione sul debito e un attivo tangibile, “può emergere un confronto tra le diverse sensibilità culturali” spiega ancora Baudo “in modo da cogliere l’opportunità di convivere con un sistema, per quanto piccolo, in ascesa e di beneficiarne”.

Ora che l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale vacillano nelle loro fondamenta finanziarie e per l’Italia si prevede una ripresa economica addirittura non prima di vent’anni, può la finanza islamica insegnare qualcosa a quella occidentale? I musulmani si sono adattati agli strumenti convenzionali ma sperano in un cambio di rotta, che non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma potrebbe aprire nuovi scenari di dialogo e di collaborazione.

17 agosto 2015

Saverio Gaeta


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