Le sanzioni antitrust non rappresentano un costo fiscale

Con la sentenza n. 10590 del 22 maggio 2015 (ud. 30 gennaio 2015) la Corte di Cassazione ha confermato l’indeducibilità delle sanzioni comminate dall’Antitrust, dando seguito alla giurisprudenza (Cass. 26 ottobre 2012 n. 18368), che ha ritenuto che la sanzione antitrust non ha una diretta incidenza su un incremento di reddito, che potrebbe non esservi stato, riconoscendosi una finalità afflittiva e deflattiva, in funzione di deterrente di futuri possibili analoghi illeciti: “l’illecito spezza, in ogni caso, il nesso di inerenza, atteso che ‘la spesa non nasce più nell’impresa’, ma in un atto o fatto, quello antigiuridico, che per sua natura si pone al di là della sfera aziendale”.
La sentenza
“Come già affermato da questa Suprema Corte la sanzione pecuniaria irrogata dall’AGCM in materia di tutela della concorrenza e del mercato non influisce sulla nascita dell’obbligazione tributaria in quanto, derivando da attività illecita che si pone come autonoma ed esterna rispetto all’esercizio dell’impresa, non può qualificarsi quale fattore produttivo (Cass. 29 maggio 2000 n. 7071; Cass. 3 marzo 2010 n. 5050; Cass. 11 aprile 2011 n. 8135). A ciò si aggiunga che, contrariamente a quanto dedotto dalla ricorrente, considerare quale costo deducibile la somma corrisposta come sanzione comporterebbe la neutralizzazione della sua ratio punitiva determinando, inammissibilmente, un risparmio d’imposta del tutto ingiustificato e contro l’invocato principio di legalità. Non vale infatti la prospettata distinzione fra comportamenti ‘anomali rispetto alla normalità imprenditoriale’, come quelli sanzionati penalmente, e comportamenti che non possono considerarsi socialmente riprovevoli. Questa distinzione non è accettabile, perchè un comportamento sanzionato in via amministrativa – come quello in esame – è comunque riprovevole in quanto contra legem e, in ogni caso, come tale non può essere fiscalmente premiato”.
Prosegue la sentenza affermando che “la sanzione – penale o amministrativa – denota la illiceità del comportamento: e tanto basta a escluderne la deducibilità. Ritenere che rientri nella normale prassi imprenditoriale dell’epoca il comportamento sanzionato come illecito (intesa orizzontale), non fa che rimettere in discussione la legge che quel comportamento sanziona”.
Sul punto la Corte di Cassazione conviene con quanto rappresentato dall’Agenzia delle Entrate, secondo cui “la finalità di deterrenza della sanzione sarebbe inevitabilmente indebolita – integrando ciò un comportamento contrario alla legge e al diritto comunitario – se si consentisse di considerarla alla stregua degli altri oneri, facendola rientrare nella normale analisi costi/benefici: analisi che fa riferimento al corretto esercizio dell’impresa e non certo alla conseguenza abnorme di trasformare la condotta vietata in risparmio d’imposta. Individuare in generale – correttamente – lo scopo della sanzione antitrust nel rispristino dell’equilibrio economico alterato dal comportamento vietato, conseguendo il bene comune del mercato e della libera concorrenza, non toglie che, in particolare, nella erogazione della singola sanzione, si realizzi anche l’immediato e ineludibile fine punitivo di quello specifico comportamento anticoncorrenziale: fine proprio di tutte le sanzioni, con effetti di deterrenza, rafforzativi e funzionali dello scopo generale, come sopra identificato. Le sanzioni antitrust, infatti, ‘devono avere il necessario e sufficiente carattere dissuasivo allo scopo, da un lato, di sanzionare le imprese responsabili dell’infrazione (scopo dissuasivo specifico) e, dall’altro, di dissuadere altre imprese dall’assumere o dal continuare in comportamenti illeciti (scopo dissuasivo generale)’ (TAR Lazio 29 marzo 2012, n. 3029; cfr. Cons. Stato 20 marzo 2001 n. 1671)”.
Brevi note
Le …

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