L’operazione di scissione societaria a rischio contestazione se predisposta per rendere inefficaci le procedure di riscossione

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 20 aprile 2015

se l'operazione di scissione societaria viene effettuata al fine di sottrarre alla riscossione tributaria il patrimonio aziendale può configurarsi il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte

La Corte di Cassazione, con la sentenza 19 febbraio 2015, n. 7618, torna ad occuparsi di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, configurando il reato di cui all’art.11, del D.Lgs.n.74/2000, nell’ambito di una operazione di scissione societaria.

 

Il fatto penale

Il fatto penale può così essere sintetizzato: predisposizione di atti fraudolenti sui beni immobili della A. srl in modo da rendere inefficaci le procedure di riscossione. “Operazione che consisteva inizialmente nella scissione della società A in due diverse società trasferendo a quella di nuova creazione tutti i rapporti, ad esclusione di quelli fiscali, e tutti i beni, ad esclusione dei beni immobili già gravati da ipoteca. A tale prima fase seguiva una ulteriore vendita di immobili industriali in favore di una società terza che risultava, di fatto, sotto il controllo del medesimo C. A. che così riotteneva la disponibilità dei beni, non più assoggettabili a esecuzione forzata - le operazioni illecite in favore di C.A. erano ritenute integrare anche il reato di bancarotta fraudolenta poiché le operazioni sopradescritte di scissione e cessione dei beni della A. Srl avevano anche la specifica finalità di recare pregiudizio ai creditori”.

 

La sentenza

Afferma la Corte che “L'ordinanza impugnata ha chiaramente esposto le ragioni per le quali la operazione di scissione societaria in questione in relazione ai beni trasferiti ed alla modalità di rientro in possesso di fatto dei medesimi beni in favore di Q.A. integra una condotta finalizzata alla sottrazione a) pagamento in favore dell'erario. Rispetto a tale valutazione il ricorrente innanzitutto chiede una valutazione in merito e non segnala affatto carenze della motivazione o significativi vizi logici della stessa. Peraltro non sono i generici argomenti in termini di presunta regolarità della operazione in questione che possano convincere di una diversa ricostruzione della vicenda. E ancor meno è corretto negare che una operazione di trasferimento di risorse dalla società debitrice ad altra possa essere, alle date condizioni, una condotta di distrazione; che, poi, sia condotta "efficace", è valutazione che non compete a questa Corte di legittimità”.

Infine, osserva la Corte, “è del tutto irrilevante il mancato completamento dell’operazione rispetto alla punibilità delle condotte finalizzate alla distrazione, la cui sussistenza prescinde dalla realizzazione del trasferimento effettivo (e non più revocabile) dei beni”.

 

Brevi riflessioni

Come è noto, il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, disciplinato dall'art. 11 del D.Lgs. n. 74 del 2000, prevede che, salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni colui il quale, al fine di sottrarsi al pagamento delle II.DD. o dell’IVA ovvero di interessi o sanzioni relative a dette imposte, di ammontare complessivo superiore a € 51.645, alieni simulatamente o compia altri atti fraudolenti sui propri o altrui beni, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione.

Il D.L. n. 78 del 31 maggio 2010, conv. con modif. dalla L. n. 122 del 29.7.2010, ha così modificato la norma: “è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la pro