Il problema della motivazione della sentenza

Con l’Ordinanza n. 242 del 12 gennaio 2015 (ud. 20 novembre 2014) la Corte di Cassazione ha confermato che in tema diprocesso tributario, è nulla, per violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992,n. 546, artt. 36 e 61, nonchè dell’art. 118 disp. att. c.p.c., la sentenzadella commissione tributaria regionale completamente carentedell’illustrazione delle critiche mosse dall’appellante alla statuizionedi primo grado e delle considerazioni che hanno indotto la commissione adisattenderle e che si sia limitata a motivare per relationem, allasentenza impugnata mediante la mera adesione ad essa, atteso che, in talmodo, resta impossibile l’individuazione del thema decidendum e delleragioni poste a fondamento del dispositivo e non può ritenersi che lacondivisione della motivazione impugnata sia stata raggiuntaattraverso l’esame e la valutazione dell’infondatezza dei motivi digravame” (tra le più recenti, vedi Cass., ord. 16 dicembre 2013, n.28113).

Nel caso di specie, attraverso la trascrizione delle sentenze di primo grado si é preso atto della pressochè completa coincidenza del testo delle sentenze d’appello nonchè, mediante trascrizione dei punti rilevanti degli atti di appello, della proposizione di censure avverso le sentenze di primo grado del tutto trascurate da quelle di secondo grado.

Brevi considerazioni

La legittimità o meno delle sentenze motivate per relationem è stata oggetto di esame da parte della Corte di Cassazione, a SS.UU., con la sentenza n. 14814 del 19 febbraio 2008 (dep. il 4 giugno 2008).

In detta pronuncia, la Corte di Cassazione afferma che la motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non silimiti alla mera indicazione della fonte di riferimento, occorrendo la riproduzione dei contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonomavalutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera da consentire anche la verifica della compatibilitàlogico-giuridica dell’innesto, fermo restando, preliminarmente, che quando siano pendenti più processi aventi ad oggetto questioni connesse, il giudice deve utilizzare gli istituti processuali tenendo conto della esigenza di evitare giudicati contraddittori, ma anche di garantire il rispetto dei principi del giusto processo, con riferimento al diritto al contraddittorio e alla ragionevole durata del processo, del diritto di difesa e del diritto alla motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, presupposto indefettibile, quest’ultimo, “per il controllo etero ed endoprocessuale dei provvedimenti stessi e corollario del principio di legalità dello Stato di diritto”.

Per le Sezioni Unite, la mancanza di una autonoma ed esauriente motivazione, non consente il controllo di legittimità sull’operato del giudice (criteri di valutazione degli elementi probatori adottati, regole ermeneutiche applicate, logica della decisione) che è l’unico possibile controllo sul corretto esercizio della giurisdizione in uno Stato di diritto. D’altra parte, non si può richiedere il rispetto del principio dell’autosufficienza delle impugnazioni se la sentenza impugnata non è, a sua volta, autosufficiente.

La Corte, quindi, conferma l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario, secondo il quale quando la motivazione di una sentenza si limiti a rinviare ad altra motivazione, in maniera che non sia possibile individuare le ragioni che stanno a fondamento del dispositivo, la sentenza è nulla.

La motivazione deve essere “autosufficiente“, nel senso che dalla lettura della stessa deve essere possibile rendersi conto delle ragioni di fatto e di diritto che stanno a base della decisione.

La motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem rispetto ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento: occorre che vengano riprodotti i contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonoma valutazione critica nel…

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