Il regime fiscale degli enti non profit

Questo articolo è estratto dalla nostra circolare mensile di agosto 2014

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L’ente non commerciale può assumere la forma della fondazione o dell’associazione riconosciuta o senza personalità giuridica. Dal punto di vista fiscale sono non commerciali le attività che, pur non rientrando tra quelle tipicamente d’impresa, sono in ogni caso prive dei requisiti dell’abitualità e della professionalità. Ai fini della verifica della non commercialità è decisivo l’esame dell’ attività effettivamente oggetto d’esercizio per come risultante dall’atto costitutivo. In ogni caso, comunque, l’attività coincide con quella necessaria per il raggiungimento dei fini istituzionali.
L’art. 149 del D.P.R. n. 917/1986, (TUIR), individua alcuni parametri che sono decisivi ai fini della qualificazione della natura dell’attività concretamente esercitata. L’ente, infatti, si considera commerciale se c’è prevalenza delle immobilizzazioni relative all’attività commerciale, al netto degli ammortamenti, rispetto alle restanti attività; se i ricavi derivanti da attività riconducibili a quelle d’impresa superano il valore normale delle cessioni o prestazioni afferenti alle attività istituzionali; se i redditi derivanti da attività commerciali sono superiori alle entrate istituzionali; se, infine, le componenti negative relative all’attività avente i caratteri della commercialità prevalgono sulle restanti spese. Il ricorrere di una sola delle condizioni sopra esposte non implica la perdita automatica della qualifica di ente non commerciale. Sotto l’aspetto della prassi operativa, l’Amministrazione finanziaria, in un caso avente ad oggetto l’esame dell’attività didattica svolta da un’associazione per finalità di promozione della cultura, ha chiarito che ai fini della perdita della qualifica della natura commerciale è indifferente lo scopo perseguito risultando decisiva la combinazione dei diversi fattori che si connota per la sua idoneità a dar vita ad un’organizzazione contraddistinta dalla professionalità e sistematicità nell’erogazione del servizio (ris. 66/00 Ministero Finanze).
 
Inoltre, l’art. 143 del TUIR prevede espressamente che non si considerano commerciali le prestazioni di servizi non rientranti nell’articolo 2195 c.c. rese in conformità alle finalità istituzionali e verso il pagamento di corrispettivi specifici che non eccedono i costi di diretta imputazione. Con riferimento agli enti pubblici e privati diversi dalle società nonché ai trust, il terzo comma della medesima disposizione esclude dalla formazione del reddito i fondi pervenuti a seguito di raccolte pubbliche effettuate occasionalmente, anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione. Sono altresì esclusi dall’imponibile i contributi corrisposti da amministrazioni pubbliche per lo svolgimento convenzionato o in regime di accreditamento di attività aventi finalità sociale esercitate in conformità ai fini istituzionali.
 
L’art. 148 del TUIR, invece, detta una disciplina di dettaglio riservata ai soli enti di tipo associativo. Per questi ultimi, in particolare, non è considerata commerciale l’attività svolta nei confronti degli associati e partecipanti in conformità alle finalità istituzionali e le somme versate a titolo di quote o contributi non concorrono alla formazione del reddito. Sul tema la Corte Costituzionale, con la sentenza 467 del 19 novembre 1992, ha espressamente …

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