Errore nel reverse charge e diritto alla detrazione dell'IVA

Introduzione.

La Corte di Giustizia europea è recentemente intervenuta, il 6 febbraio, con la sentenza nella causa C-424/12, a seguito di domanda di pronuncia pregiudiziale sollevata da un giudice rumeno, nell’ambito di una controversia che oppone una società all’Amministrazione fiscale di quel Paese in ordine al mancato riconoscimento della detrazione Iva opposto alla stessa società a causa della mancata applicazione delle disposizioni relative al sistema dell’inversione contabile, il c.d. reverse charge.
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte, in buona sostanza, sulla corretta interpretazione della direttiva 2006/112/CE con riguardo all’interpretazione degli articoli 178, 226, punto 11 e 228, concernenti le modalità di esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA in sede di applicazione del regime di inversione contabile1.

La questio comunitaria2.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sulla interpretazione della direttiva 2006/112/CE, con particolare riferimento alle disposizioni relative al diritto alla detrazione in sede di applicazione del regime di inversione contabile. In particolare, la questione scaturiva da una controversia che opponeva una società residente in Romania e l’Amministrazione fiscale rumena che le disconosceva una detrazione Iva causa di un’erronea applicazione delle disposizioni relative al sistema del reverse charge, nell’ambito di una prestazione di servizi ricevuta da un’altra società
Quest’ultima infatti aveva stipulato con la ricorrente un contratto avente ad oggetto lavori di costruzione e ristrutturazione di un edificio.
Gli acconti per gli avanzamenti parziali erano stati fatturati dal prestatore con il meccanismo del reverse charge, in aderenza a quanto previsto dalla normativa fiscale rumena. Al contrario, nella fattura finale veniva inclusa anche l’Iva.
In seguito, la ricorrente si vedeva negata la detrazione Iva, che le era stata erroneamente addebitata dalla società costruttrice.
In particolare, il disconoscimento della detrazione era motivato dalla non corretta applicazione del meccanismo del reverse charge : la società prestatrice avrebbe dovuto rilasciare la fattura finale senza addebito dell’Iva, inserendo la dicitura “inversione contabile”.
Di contro, la società committente era tenuta ad applicare il regime del reverse charge e di conseguenza:

non avrebbe né dovuto versare l’Iva dovuta in fattura, né conseguentemente esercitare il diritto alla detrazione dell’Iva erroneamente addebitata dal prestatore;

avrebbe dovuto regolarizzare l’operazione applicando comunque il meccanismo dell’inversione contabile.

La società ricorrente, invece, sosteneva fra l’altro che nel caso in esame avrebbe dovuto trovare applicazione la giurisprudenza della Corte di Giustizia secondo la quale “qualora un soggetto passivo, quale destinatario di servizi, sia dichiarato debitore dell’IVA corrispondente, l’amministrazione tributaria non può richiedere come condizione supplementare per l’esercizio del diritto a deduzione che lo stesso sia in possesso di una fattura redatta ai sensi dell’art. 22, n. 3, della sesta direttiva. Infatti, in conseguenza di un tale requisito il soggetto passivo, da un lato, sarebbe debitore, in quanto destinatario di servizi, dell’IVA in questione, rischiando, dall’altro, di non poter dedurre la detta imposta” (punto 52 sentenza causa C-90/02).
La questione di cui sopra è stata posta al vaglio della Corte Ue, alla quale è stato chiesto, tra l’altro, se la Direttiva Iva ed il principio di neutralità fiscale ostino, nell’ambito di una operazione soggetta al regime di inversione contabile, a che il beneficiario di servizi venga privato del diritto a…

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