I sette peccati capitali del redditometro

Certo, di nuovo redditometro se ne parla da tre anni, da tre mesi e da tre giorni: se ne parlerà ancora per altri giorni, mesi e anni, complice l’immediato avvio dell’operatività degli uffici, già prevista per fine mese (in fondo, gli uffici sono chiamati a notificare “soltanto” circa 35.000 accertamenti sintetici entro fine anno).

E allora, prima che si scateni la bagarre, complice anche la rilassatezza del periodo estivo e il motto secondo cui le cose serie vanno affrontate con leggerezza e quelle di poco conto con serietà, mi sono divertito a delineare “i sette peccati capitali” del nuovo redditometro: una sorta di pro memoria ludico di quello che ci attende.

 

1 – Uno, e uno soltanto, è il periodo d’imposta di riferimento per l’applicazione del nuovo redditometro: niente più clausola di garanzia, insomma, rappresentata dal “vecchio” disallineamento del reddito dichiarato da quello sinteticamente attribuibile al contribuente per due periodi d’imposta, anche non consecutivi. D’ora in poi il focus del fisco avrà riguardo al singolo periodo d’imposta delle persone fisiche: un bel “giro di vite”, insomma.

 

2 – Due sono le fasi del contraddittorio questa volta debitamente “procedimentalizzato” dalla legge: la prima, ravvisabile nella cosiddetta “fase del questionario”, quando il contribuente è chiamato ad adempiere alle richieste di informazioni notificata dal fisco; la seconda, ravvisabile nel contraddittorio vero e proprio da accertamento con adesione, di cui allo specifico invito notificato dall’ufficio ai sensi dell’articolo 5 del D. Lgs. n. 218/1997.

 

3 – Tre sono le conseguenze, tutte negative, che derivano al contribuente il quale, ricevuto il questionario “redditometrico”, si sottrae all’adempimento richiesto: il tutto è disciplinato all’interno del Dpr n. 600/1973, segnatamente agli articoli 32 e 39, disciplinanti rispettivamente i poteri e le attribuzioni degli uffici finanziari e l’accertamento induttivo, nonché nel decreto legislativo n. 471 del 1997, concernente le sanzioni amministrative tributario. E dunque cominciamo proprio da quest’ultimo, ricordando come la mancata risposta ad una richiesta del fisco viene “pagata” con la sanzione amministrativa variabile da 258 a 2.065 euro. La seconda conseguenza consiste nella concreta inutilizzabilità dei dati non addotti tanto in sede amministrativa quanto in sede giudiziale, visto che la legge – art. 32 del Dpr n. 600/1973 – sancisce come <<Le notizie ed i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri ed i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa. Di ciò l’ufficio deve informare il contribuente contestualmente alla richiesta. Le cause di inutilizzabilità previste dal terzo comma non operano nei confronti del contribuente che depositi in allegato all’atto introduttivo del giudizio di primo grado in sede contenziosa le notizie, i dati, i documenti, i libri e i registri, dichiarando comunque contestualmente di non aver potuto adempiere alle richieste degli uffici per causa a lui non imputabile.>>. Un bel pregiudizio, insomma, tanto per la fase amministrativa quanto per la fase giudiziale: una complicazione per la difesa, insomma, sui diversi fronti. Da ultimo, ma non per questo meno importante, l’ulteriore conseguenza che il contribuente che si è sottratto alla risposta al questionario può essere sottoposto ad accertamento “induttivo” puro, di cui al secondo comma dell’articolo 39 del Dpr n. 600/1973: il tutto, ovviamente, a condizione che la persona fisica controllata per il periodo d’imposta fosse titolare di un reddito d’impresa o di lavoro autonomo.

 

4 – Quattro sono i periodi d’imposta pregressi per i quali il fisco ammette l’incidenza sugli “incrementi patrimoniali”. Come i lettori sapranno, nella nuova versione del redditometro la legge non contempla più la circostanza, come in…

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