Indagini bancarie: autorizzazione senza motivi?

di Roberta De Marchi

Pubblicato il 20 novembre 2012

la ricostruzione dell'iter autorizzatorio amministrativo necessario per procedere ad indagini sui movimenti bancari dei contribuenti

Con sentenza n. 14026 del 3 agosto 2012 (ud. 4 aprile 2012) la Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il vizio di nullità della sentenza della CTR in ordine alla mancanza di motivazione dell’autorizzazione di richiesta di indagini bancarie.

La sentenza di prime cure aveva accolto il ricorso introduttivo del contribuente, annullando l'avviso di accertamento in quanto nè tale atto, nè la autorizzazione del Direttore regionale "esplicitavano i presupposti rilevanti ed i motivi che suggeriscono di procedere in termini cosi approfonditi nella vita privata del contribuente".

 

La tesi del contribuente

Il contribuente sostiene l'illegittimità dell'autorizzazione all'espletamento delle indagini bancarie (e conseguentemente dell'avviso di accertamento emesso all'esito del procedimento) per carenza di autonoma motivazione dell'atto emesso dal Direttore regionale dell'Agenzia delle Entrate, trattandosi di requisito essenziale di validità dell'atto amministrativo (L. n. 241 del 1990, art. 3).

Il ricorrente ritiene che tale atto autorizzativo abbia natura provvedimentale (in quanto esercizio di potestà discrezionale tecnica) e sia dunque suscettibile di incidere direttamente nella sfera giuridica del soggetto destinatario (con conseguente autonoma impugnabilità) con riferimento in particolare all'interesse del privato alla tutela della riservatezza ed alla tutela del risparmio.

 

La pronuncia della Cassazione

Gli argomenti svolti dal contribuente a supporto della indicata questione in diritto (che può essere sintetizzata nel seguente quesito: se la mancanza di autonoma motivazione della richiesta e dell'atto di autorizzazione all'espletamento di indagini bancarie determini o meno la invalidità derivata dell'avviso di accertamento opposto) sono stati ritenuti infondati dalla Corte di Cassazione.

Le "autorizzazioni" contemplate dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, c. 1 e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, c. 2, “non necessitano di autonoma motivazione in considerazione della assenza di una specifica previsione normativa che imponga tale requisito dell'atto, come emerge anche dal raffronto con le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52 (estese alla materia delle imposte sui redditi in virtù del rinvio operato dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, comma 1) che disciplinano le autorizzazioni agli accessi nei locali destinati all'esercizio di attività commerciali, agricole, artistiche o professionali (per le quali è richiesta, peraltro, soltanto la indicazione dello scopo: art. 52, comma 1), ovvero alla esecuzione di accessi in locali adibiti anche ad abitazione (per le quali è richiesta anche a autorizzazione del procuratore della Repubblica: art. 52, comma 1, ultima parte) ovvero alla esecuzione di perquisizioni domiciliari (per le quali è richiesta la autorizzazione del Procuratore della Repubblica che può essere rilasciata 'soltanto in caso di gravi indizi di violazioni delle norme del presente decreto', art. 52, comma 2), la mancanza di una previsione normativa espressa che prescriva la motivazione delle autorizzazioni di cui all'art. 51, comma 2, nn. 6 bis, 7 e 7 bis (ed analogamente ex art. 32, comma 1 stessi numeri) viene giustificata con la riconduzione della acquisizione di notizie, informazioni, documenti - anche presso banche, istituti di credito, società di intermediazione finanziaria. Amministrazione postale - alle competenze ed al potere di verifica delle situazioni reddituali e patrimoniali dei contribuenti (in funzione dell'eventuale successiva attivazione del procedimento di accertamento) attribuiti per legge (art. 95 Cost., comma 3; D.P.R. n. 600 del 1973, art. 31; D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 1) alla Amministrazione finanziaria. Per quanto in particolare concerne la richiesta alle banche di fornire dati, notizie e documenti relativi ai servivi prestati e rapporti intrattenuti con i propri clienti, si è rilevato che la autorizzazione ha per oggetto una 'richiesta' che è rivolta esclusivamente all'ente che intrattiene i rapporti con il contribuente ('deve essere indirizzata al responsabile' della struttura, sede od ufficio), con la conseguenza che, non essendo legittimato detto ente a contestare la verifica fiscale condotta nei confronti di un soggetto diverso (il cliente), al quale invece la richiesta (e tanto meno la autorizzazione) non deve essere comunicata, il requisito formale della motivazione dell'atto autorizzativo appare logicamente del tutto inutile (cfr. Corte cass. 5 sez. 21.7.2009 n. 16874 che richiama il precedente della 5 sez. 15.6.2007 n. 14023 secondo cui la norma tributaria configura la esistenza della autorizzazione come condizione di legittimità dell'attività di verifica e dell'atto di accertamento, ma non richiede, tuttavia, la preventiva notifica od esibizione di tale atto all'interessato che potrà lamentare eventuali pregiudizi subiti mediante la impugnazione dell'atto di accertamento)”.

Tali conclusioni vengono ulteriormente sviluppate dalla