Estinzione della società: i soci rispondono dei debiti nei limiti degli utili percepiti

La cancellazione delle società, sia di capitali che di persone, dal Registro delle imprese comporta l’estinzione irreversibile dell’ente, nonostante siano presenti rapporti giuridici, anche di natura fiscale, pendenti. Tale circostanza può causare problemi relativi alle modalità con cui l’Amministrazione finanziaria può recuperare i propri crediti, tanto sul versante procedurale quanto in merito all’individuazione dei soggetti responsabili. La Corte di Cassazione con la sentenza n.11968 del 13 luglio 2012, intervenendo nuovamente sull’estinzione societaria e la responsabilità dei debiti dei soci con l’amministrazione finanziaria con l’entrata in vigore della riforma del diritto societario, afferma che i soci di una SRL sono responsabili pro quota, per i debiti col fisco, dopo l’estinzione della società solo nel caso in cui abbiano percepito dei beni o degli utili.
 
La riforma del diritto societario: modifiche all’estinzione della società
In relazione agli effetti della cancellazione di una società dal Registro delle imprese, con riferimento alla norma prima della riforma del diritto societario attuata con il D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, l’opinione giurisprudenziale prevalente riteneva che la cancellazione fosse condizione necessaria ma non sufficiente per l’estinzione della società, soprattutto nel caso in cui risultassero ancora pendenti rapporti giuridici o contestazioni giudiziali. Di conseguenza, l’amministrazione finanziaria, in relazione ad un rapporto tributario passibile di accertamento, poteva esercitare i propri poteri e far valere le relative pretese direttamente nei confronti della società, e non in via di rivalsa sui soci. Prima della riforma, l’art. 2456, c. 2, del codice civile recitava: “dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi”. Per effetto del D.Lgs. n.6/2003, il testo della norma è stato riportato nel comma 2 dell’art. 2495 del codice civile, e, all’inizio della disposizione, è stato aggiunto l’inciso “ferma restando l’estinzione della società”. Tale innovazione ha condotto ad un cambiamento di giurisprudenza: le Sezioni Unite, con la sentenza 22 febbraio 2010, n. 4062, hanno affermato che il legislatore, tramite la riforma attuata con il D.Lgs. n. 6/2003, ha voluto stabilire che la cancellazione della società dal Registro delle Imprese comporta l’estinzione della stessa, a prescindere dalla sussistenza di rapporti giuridici pendenti. Alla luce di ciò, eventuali atti impositivi intestati alla società estinta sono da considerarsi inesistenti per mancanza del destinatario; conseguentemente, gli uffici tributari devono far valere la pretesa, nel caso delle società di capitali:

nei confronti dei soci, nei limiti delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione;

nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi, così come dispone l’art. 2495 del codice civile.

L’atto di accertamento, di conseguenza, deve contenere una motivazione “rinforzata”, nel senso che, oltre ai presupposti di fatto e di diritto della pretesa di cui all’art. 42 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, l’Agenzia delle Entrate dovrà specificare il perché ritiene un determinato socio o liquidatore fiscalmente responsabile.
In sostanza prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 6 del 2003 (cd. Riforma del diritto societario), l’efficacia meramente dichiarativa della cancellazione …

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