Trasfert pricing elusivo

Con sentenza n. 11949 del 13 luglio 2012 (ud. 4 aprile 2012) la Corte di Cassazione ha classificato come elusiva un’operazione di transfer pricing all’interno di un gruppo multinazionale.
 
Il rilievo
Il rilievo attiene alla ripresa a tassazione per disconoscimento di costi d’acquisto, conseguente alla non corretta applicazione delle norme fiscali sul c.d. transfer pricing (D.P.R. n. 917 del 1986, art. 110, c. 7), determinata dalla condotta elusiva posta in essere dalla contribuente.
Nello specifico, la società T.T.I.I. s.r.l. è interamente controllata dalla H.T.I. S.A. con sede in Svizzera, e fa parte del gruppo multinazionale T. statunitense, del quale costituisce la filiale unica per l’Italia, per la commercializzazione in esclusiva dei prodotti software (giochi per pc, per Play station…). Tali prodotti vengono importati dalla contribuente tramite la consorella (a sua volta controllata dalla medesima casa madre) T.S.E. LTD fornitore unico dei prodotti commercializzati dalla filiale italiana.
In data 31.10.04, ovverosia nell’ultimo giorno dell’esercizio fiscale, la T.T.I.I. s.r.l. contabilizzava la fattura n. 20031247, emessa in pari data dalla consorella inglese T.S.E. LTD, per l’importo di Euro 947.456,00. Tale documento contabile, che recava quale causale “Price adjustement to product sold during FY 2003/2004”, si concretava, in effetti, nell’addebito alla società italiana di consistenti rettifiche in aumento dei prezzi in precedenza applicati, in relazione ad alcuni prodotti software acquistati dalla medesima nel corso dell’esercizio finanziario suindicato.
Ciò posto, l’Ufficio – sulla scorta di quanto dedotto dai verificatori nel relativo processo verbale di constatazione – riteneva trattarsi di un’evidente operazione elusiva, finalizzata al drenaggio degli utili conseguiti dalla filiale italiana mediante l’abuso dello strumento costituito dai prezzi di trasferimento all’interno del gruppo multinazionale in considerazione.
In tal senso, a parere dell’amministrazione, deponevano, invero, una serie di fattori:
a) la data dell’operazione, effettuata l’ultimo giorno dell’esercizio fiscale, in concomitanza con la disponibilità dei consuntivi sulla redditività della stessa società contribuente;
b) la specie di operazione economica, tradottasi nella contabilizzazione di una fattura passiva per rettifica in aumento del prezzo già praticato dalla società fornitrice, su vendite quantitativamente rilevanti di prodotti software;
c) lo scostamento del prezzo praticato da quello medio di acquisito degli stessi prodotti da parte della T.T.I.I. s.r.l..
 
Ne conseguiva il disconoscimento, da parte dell’amministrazione, dei costi derivanti dalle suddette rettifiche dei prezzi di trasferimento operate in danno economico della contribuente italiana, con conseguente applicazione d’ufficio del valore normale dei bene in questione, determinato – ai sensi dell’art. 9, del D.P.R. n. 917 del 1986, – nel prezzo medio di vendita, epurato dalla maggiorazione contestata, applicato dalla fornitrice inglese alla consorella italiana, nel corso dell’esercizio fiscale esaminato.
 
La sentenza
Se è vero che la violazione di una clausola antielusiva comporta – come ritenuto dal giudice di seconde cure – che l’onere della prova della ricorrenza dei presupposti di fatto dell’elusione gravi, in via di principio, sull’amministrazione finanziaria che intenda operare le conseguenti rettifiche (cfr. Cass. 22023/06), è pur vero che, “ai fini della deducibilità di un costo addebitato da una controllante ad una controllata, è pur sempre necessario che risulti, se non che il costo sia correlato a specifici ricavi conseguiti da quest’ultima, quanto meno che l’addebito di tale costo si sia tradotto in un’effettiva utilità per la controllata. L’onere di fornire la dimostrazione dell’esistenza e dell’inerenza di tali …

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