Per il risarcimento da tardiva autotutela deve essere dimostrato il danno

di Alessandro Borgoglio

Pubblicato il 12 luglio 2012

il risarcimento dei danni subiti dal contribuente è dovuto quando l’Amministrazione finanziaria non soltanto abbia posto in essere un atto illegittimo, ma lo abbia fatto con colpa o dolo; spetta a colui che promuove l’azione risarcitoria dimostrare il danno patito

La Suprema Corte torna ad occuparsi della questione del risarcimento dei danni chiesto dai contribuenti all’Amministrazione finanziaria, a seguito della mancata o tardiva attivazione da parte di quest’ultima della procedura di annullamento in autotutela di atti viziati1.

Con la pronuncia in oggetto – lo si anticipa sin da subito – gli Ermellini confermano nuovamente che, per avere diritto al risarcimento del danno, il Fisco non soltanto deve aver formato un provvedimento viziato, ma anche aver agito con dolo o colpa, violando i principi costituzionali di imparzialità, correttezza e buona fede che presidiano il suo operato. Peraltro, il contribuente è altresì tenuto a dimostrare che il danno patito, per il quale richiede il risarcimento, non vi sarebbe stato se il comportamento riparatorio dell’Amministrazione finanziaria fosse stato tempestivo. Infine, non può essere oggetto di risarcimento il cosiddetto “danno esistenziale”2.

Prima di esaminare in dettaglio l’interessante pronunciamento, però, pare opportuno delineare brevemente lo strumento attraverso il quale il Fisco può rimediare agli errori commessi, una volta che ne sia venuto a conoscenza.

 

Autotutela: dalle norme alla prassi

L’autotutela3 è il potere-dovere della Pubblica Amministrazione di correggere o eliminare, su propria iniziativa o su istanza di chi ne abbia interesse, gli atti già posti in essere, che, tuttavia, ad un successivo esame, risultino illegittimi o infondati.

Tale manifestazione del potere amministrativo trova fondamento a partire dall’articolo 97 della Costituzione4, che sancisce i principi di buon andamento ed imparzialità dei pubblici uffici e che, peraltro, viene richiamato anche dall’articolo 1 dello Statuto dei diritti del Contribuente5.

In ambito tributario, l’autotutela è disciplinata normativamente dall’articolo 2-quater del D.L. 564/19946, a cui è stata data attuazione con il decreto ministeriale 11 febbraio 1997, numero 377, con il quale è stato principalmente stabilito che:

  • il potere di annullamento e di revoca o di rinuncia all'imposizione in caso di autoaccertamento spetta all'Ufficio che ha emanato l'atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d'ufficio ovvero in via sostitutiva, in caso di grave inerzia, alla Direzione regionale o compartimentale dalla quale l'ufficio stesso dipende;

  • l'Amministrazione Finanziaria può procedere, in tutto o in parte, all'annullamento o alla rinuncia all'imposizione in caso di autoaccertamento, senza necessità di istanza di parte, anche in pendenza di giudizio o in caso di non impugnabilità, nei casi in cui sussista illegittimità dell'atto o dell'imposizione;

  • tra le cause di illegittimità vi sono: errore di persona; evidente errore logico o di calcolo; errore sul presupposto dell'imposta; doppia imposizione; mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti; mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza; sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni o regimi agevolativi, precedentemente negati; errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall'Amministrazione;

  • non è possibile procedere all'annullamento d'ufficio, o alla rinuncia all'imposizione in caso di autoaccertamento, per motivi sui quali sia intervenuta sentenza passata in giudicato favorevole all'Amministrazione finanziaria;

  • l’autotutela deve essere prioritariamente impiegata in relazione alle fattispecie di rilevante interesse generale e, fra queste ultime, a quelle per le quali sia in atto o vi sia il rischio di un vasto contenzioso;

  • il “criterio di economicità”, che deve informare la complessiva azione amministrativa, impone di abbandonare le liti già iniziate, sulla base della probabilità della soccombenza e della conseguente condanna dell'Amministrazione finanziaria al rimborso delle spese di giudizio;

  • dell'eventuale annullamento, o rinuncia all'imposizione in caso di autoaccertamento, deve esserne data comunicazione al contribuente, all'organo giurisdizionale davanti al quale sia eventualmente pendente il relativo contenzioso nonché - in caso di annullamento disposto in via sostitutiva - all'ufficio che ha emanato l'atto.

L’Amministrazione Finanziaria ha impartito precise istruzioni agli Uffici sull’utilizzo dell’istituto in oggetto, in particolar modo con una circolare del 19988, con cui ha stabilito, tra l’altro, che:

  • se, a seguito di riesame, la pretesa tributaria risulta infondata in tutto o in parte, essa va ritirata ovvero opportunamente ridotta in modo da ristabilire un corretto rapporto con il contribuente, il quale non può essere chiamato al pagamento di tributi che non siano strettamente previsti dalla legge;

  • gli Uffici non possiedono la potestà discrezionale di decidere se correggere o no i propri errori, atteso che in presenza dei presupposti hanno il dovere di esercitare comunque l’autotutela; l’eventuale immotivata omissione potrebbe essere rilevante, infatti, sotto il profilo disciplinare dei dirigenti degli Uffici;

  • l’autotutela deve ess