Impugnazione dell’avviso bonario

di Valeria Fusconi

Pubblicato il 30 maggio 2012

la recente sentenza di Cassazione ha aperto una querelle sulla possibilità per il contribuente di impugnare direttamente l'avviso bonario che riporta pretese fiscali

E’ destinata a far discutere la sentenza n. 7344 dell’11 maggio 2012 con la quale la Corte di Cassazione sancisce l’autonoma impugnabilità degli avvisi bonari, trattandosi di atti che portano a conoscenza del contribuente “una pretesa impositiva compiuta”. Nonostante l’indicazione analitica degli atti impugnabili contenuta nell’art. 19 del D. Lgs. n. 546/1992, gli Ermellini (confortati da ormai consolidata giurisprudenza1) ritengono che il contribuente possa impugnare anche provvedimenti diversi da quelli elencati, purché siano espressione – appunto - di una compiuta pretesa tributaria, non condizionata. Chiarisce, dunque, il giudice di legittimità che occorre consentire la ricorribilità di detti provvedimenti avanti la Commissione Tributaria “ogni qual volta vi sia un collegamento tra atti dell’amministrazione e rapporto tributario, nel senso che tali provvedimenti devono essere idonei ad incidere sul rapporto tributario, dovendosi ritenere possibile un’interpretazione non solo estensiva, ma anche analogica della categoria degli atti impugnabili previsti dall’art. 19 del D. Lgs. n. 546/1992”.

La Corte rammenta che ad analoghe conclusioni erano pervenute le SS.UU. con sentenza n. 16676/2005, nella quale era stato osservato come “l'aver consentito l'accesso al contenzioso tributario in ogni controversia avente ad oggetto tributi, comporta ... la possibilità per il contribuente di rivolgersi al giudice tributario ogni qual volta l’Amministrazione manifesti (anche attraverso la procedura del silenzio-rigetto) la convinzione che il rapporto tributario (o relativo a sanzioni tributarie) debba essere regolato in termini che il contribuente ritenga di contestare (in assenza di simile manifestazione di volontà espressa o tacita non sussisterebbe l'interesse del ricorrente ad agire in giudizio ex art. 100 c.p.c.)".

Una diversa conclusione, secondo i giudici di legittimità, comporterebbe una lacuna di tutela giurisdizionale, in violazione dei principi contenuti negl